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mercoledì 31 dicembre 2008

Recessione profonda, in tutto il mondo


di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 dicembre 2008
Il rallentamento nella formazione del prodotto interno lordo e in molti casi la recessione sono condizioni che caratterizzano ormai tutte le economie industrializzate e i paesi emergenti. È allarmante constatare che il nostro partner commerciale preferenziale in Europa, la Germania, ha visto contrarsi nel mese di ottobre del 2,1% la sua produzione industriale rispetto a ottobre 2007. Il calo è stato più pronunziato nel settore delle costruzioni (-3%). L'economia tedesca è tradizionalmente votata all'esportazione ed è grazie all'andamento del commercio internazionale che la Germania ha potuto risanare l'anno scorso il proprio bilancio pubblico. Quest'anno però deve affrontare una recessione dilagante tra tutti i paesi tradizionalmente importatori dei suoi prodotti e quindi si teme un forte contraccolpo nella produzione industriale.
In Inghilterra la variazione della produzione industriale di ottobre rispetto a settembre 2008 è stata negativa (del -1,7%). Negli ultimi tre mesi la produzione industriale del Regno Unito aveva segnato una contrazione di poco inferiore al 2% rispetto ai tre mesi precedenti. In particolare, la produzione manifatturiera a settembre è diminuita dell'1,4% su base mensile e del 2% negli ultimi tre mesi. Il Regno Unito è stato il primo paese in Europa a intervenire nell'economia dopo l'esplosione della bolla speculativa di settembre, nazionalizzando le maggiori banche del paese e varando un piano di sostegno radicale dell'economia nazionale.
In Francia la produzione industriale, dopo il valore negativo di settembre (-5,9%), ha subito a ottobre una ulteriore flessione (-2,7% rispetto a settembre 2008) del tutto inaspettato dagli analisti, che stimavano una variazione ben più contenuta. Il comparto che denuncia la flessione più rilevante è quello dell'auto (-14,3%). Il presidente francese Nicolas Sarkosy, al termine del suo mandato di presidenza europea, ha sostenuto in quest'ultimo anno una politica strutturale caratterizzata da maggiori spese pubbliche strumentali alle riforme e alla crescita di lungo periodo.
Nel Nuovo Mondo gli Stati Uniti a novembre hanno perso 533.000 posti di lavoro, la peggior performance dal dicembre 1974. Anche in questo caso gli analisti erano più ottimisti e prevedevano una perdita più contenuta e pari a non più di 325.000 posti di lavoro. Nel mese appena trascorso il tasso di disoccupazione è stato del 6,7%, contro il 6,5% di ottobre. Riguardo la produzione industriale statunitense (a novembre -0,6 rispetto a ottobre 2008) è la terza volta in quattro mesi che la variazione percentuale ha il segno negativo. L'unica eccezione c'è stata a ottobre, con il rimbalzo (il dato è stato rivisto a +1,5% da +1,3%) legato alla ripresa delle attività connesse alla ricostruzione dopo i catastrofici eventi climatici.
Non si trovano in una situazione migliore i paesi emergenti, tra cui in particolare la Cina, che sono fortemente legati all'andamento della domanda dei paesi avanzati. La produzione industriale cinese ha rallentato più del previsto a novembre segnando un +5,4% contro il +8,2% di ottobre e il 7,1% atteso dagli analisti.

Si constata quindi che la recessione è in atto non solo nel nostro paese. Il mese di novembre porta con sé una riduzione dell'inflazione in Italia (-0.4% rispetto a ottobre 2008) che ha raggiunto un valore del 2,7% rispetto al novembre dell'anno passato. Se queste variazioni possono indurre il consumatore ad acquistare di più, specie in vista delle festività natalizie, in realtà rappresentano un effetto diretto del rallentamento dei consumi. Infatti la domanda è calante e i commercianti, per ridurre le scorte che vanno accumulandosi, riducono i prezzi. Il valore della produzione industriale italiana sta avendo un forte rallentamento in questi mesi fino ad arrivare a ottobre a una flessione del 6,7% rispetto ad un anno fa, secondo le analisi Istat. Il Centro studi di Confindustria (CSC), stima per il mese di novembre che il calo della produzione industriale italiana sia notevolmente più ampio, del -11,4%. Sono negativi anche i dati sul prodotto interno lordo che è diminuito, secondo i dati Istat, dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% rispetto al terzo trimestre del 2007. Il CSC è ancor più pessimista riguardo alle stime del Pil del quarto trimestre 2008 e prevede una riduzione dello 0,8%.

Il calo della produzione industriale è un segnale allarmante non solo per gli industriali stessi, ma anche per i lavoratori che vedono in tale contrazione una imminente disoccupazione. Tale rischio è più probabile per i lavoratori con contratti a tempo determinato, interinale e a progetto che non vedranno rinnovare il rapporto di lavoro. Ancor più difficile è la situazione per i lavoratori che hanno potuto ottenere solamente contratti di lavoro occasionale.
È difficile e sembra quasi ingenuo invitare i consumatori che si trovano in una situazione tanto angosciante di non ridurre i propri consumi. Tale consiglio ha senso se si pensa al contesto generale dell'economia. Infatti, è volto a evitare che l'economia italiana non si avviti nella spirale di: minor domanda - minori vendite - minore produzione - minore occupazione - minor domanda. Ma i consigli da soli non bastano. Occorre agire a sostegno dell'occupazione e della domanda anche a dispetto dei parametri imposti dal Patto di stabilità. Un'azione immediata può evitare il rischio di una inevitabile azione futura più ampia e più costosa.
Le riforme che il governo italiano pone in essere hanno un carattere di medio-lungo periodo e puntano al sostegno dell'occupazione e dell'efficienza. La riforma della scuola della Gelmini, così come la ristrutturazione della Pubblica Amministrazione di Brunetta, hanno lo scopo di distribuire in modo più efficiente le immense risorse che tali servizi pubblici utilizzano. Il risparmio che tali allocazioni più efficienti comporteranno verrà impiegato per la politica del «social housing», ossia per la costruzione degli alloggi da destinare alla popolazione a basso reddito. Il Ministro Tremonti ha annunciato l'utilizzo dei fondi europei per destinarli alla cassa integrazione e agli ammortizzatori sociali. Inoltre, l'inaugurazione dell'alta velocità nelle tratte Milano-Bologna e Bologna-Roma di questi ultimi giorni giunge in un momento in cui se ne sentiva l'esigenza. Infatti, la maggiore rapidità e puntualità delle comunicazioni esplicherà presto i suoi effetti positivi sull'efficienza del paese, ma anche sulla sana concorrenza con la nascente Alitalia sui voli tra Milano e Roma. Proseguono, inoltre, i lavori delle «Grandi Opere» (il Mose di Venezia per cui è stato stanziato quest'anno un fondo di 800 milioni di euro; il Ponte sulla Stretto di Messina; l'autostrada Salerno Reggio Calabria, per cui sono stati accantonati ben 2 miliardi di euro per completare gli ultimi 60 chilometri). Il potenziamento e l'ammodernamento delle vie di comunicazione sono considerati un «must» nelle politiche di sviluppo del paese dell'attuale governo.
Nonostante il calo dei prezzi dei prodotti energetici e l'andamento dell'inflazione entro margini molto contenuti, le economie più mature corrono il rischio che la recessione di tramuti in depressione. La crisi sta colpendo soprattutto i settori manifatturieri, in particolare l'auto e l'industria pesante, ovvero quei comparti economici che contribuiscono in misura determinante alla formazione del reddito nazionale. Quanto tutto questo possa durare è di difficile previsione e i più ottimisti sostengono che potremo dirci fuori dalla crisi economica non prima del 2010.
Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 dicembre 2008

La crisi economica e i Paesi emergenti


di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 dicembre 2008
Fino a non molto tempo addietro non era raro leggere sulla stampa (quotidiani e riviste), sulla base di malferme formulazioni matematiche, che l'impeto dell'economia cinese avrebbe fatto sì che il Dragone avrebbe eguagliato l'economia statunitense nel giro di un ventennio o poco più, ovvero entro il 2030. In un altro articolo di Ragionpolitica, invece, noi ci eravamo esercitati nell'ipotesi di un trend di lungo periodo della crescita economica cinese paragonata alla crescita americana, in termini di Pil procapite, al fine di confutare simili previsioni troppo ottimistiche, per non dire fantasiose. Nell'articolo in parola avevamo concluso che, grazie a una semplice formula matematica, sulla base di un tasso di crescita reale di lunghissimo periodo ottimistico del 4% per la Cina, tale paese avrebbe potuto raggiungere il livello del Pil pro-capite statunitense, con l'ipotesi di un tasso di crescita di lungo periodo del 3% annuo del Pil, solamente nell'arco di un considerevole numero di anni (non prima di circa 350 anni, quindi non prima del XXIV° secolo). Tutto ciò sarebbe possibile solo se il divario tra i tassi di crescita tra Usa e il paese asiatico rimanesse costante nel tempo. Chiarimmo allora che questi esercizi sono un puro divertimento teorico e che nulla hanno a che fare con la realtà economica e sociale dei paesi e delle popolazioni, che invece è il coacervo di relazioni non solo di tipo economico, ma anche e soprattutto di ordine storico e sociale, e quindi politico, molto difficilmente imbrigliabili in formulazioni matematiche.

È accaduto, infatti, che quest'anno la crisi finanziaria abbia contagiato i settori economici di tutti i paesi avanzati. Ma in misura maggiore ha prodotto effetti negativi nelle economie emergenti, alle quali il paese cinese appartiene. Per molti di questi paesi la crescita è stata trainata dalle esportazioni e ha generato straordinari surplus di bilancia commerciale e accumuli di riserve valutarie, in gran parte confluite poi nei titoli del debito pubblico americano. Secondo il Sole 24 ore, a fine agosto 2008, il 46% dei titoli del Tesoro Usa detenuti da stranieri era nelle mani dei paesi emergenti. La sola Cina possedeva un controvalore di 541 miliardi di dollari. È presumibile pensare che la contrazione della domanda internazionale non permetterà oltremodo ai paesi emergenti di avvantaggiarsi di surplus di bilancia commerciale e di accantonare ulteriormente riserve valutarie.

Lontane appaiono oggi tutte quelle speculazioni teoriche che si sono fatte sulla ascesa dell'economia cinese. Oggi la produzione industriale cinese è in forte rallentamento a causa di una carenza di ordini e di un accumulo di scorte. Gli ultimi due mesi hanno fatto registrare una contrazione significativa della produzione industriale che è passata da una crescita dell'11,4% di settembre all'8,2% di ottobre, il minimo da sette anni. Il presidente della Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo Zhang Ping rende, inoltre, noto che l'economia cinese anche a novembre è in forte rallentamento. Si prevede che quest'anno la crescita del Pil si aggirerà intorno all'8%, dopo il 10-11% di questi ultimi anni. La banca centrale cinese ha tagliato, la scorsa settimana, di 1,08% i tassi di interesse, la riduzione più pesante da oltre un decennio, riducendo il saggio di sconto al 5,58% e quello dei certificati di deposito al 2,52%. Si tratta del quarto intervento della banca centrale negli ultimi tre mesi. Proprio per fronteggiare il rallentamento economico il governo cinese ha varato un piano di aiuti economici di 586 miliardi di dollari. Le esportazioni, le importazioni, le vendite al dettaglio e gli investimenti sono calati, mentre la produzione di energia è scesa del 4% rispetto all'anno precedente. Sono aumentati i fallimenti e i tagli produttivi delle imprese, tanto che non sono da escludere una massiccia disoccupazione e forti tensioni sociali, che si sono già fatte sentire in questi mesi, anche se la stampa locale, che è soggetta al controllo del partito, si adopera per ridimensionare gli eventi.
Si susseguono gli scontri e le sollevazioni popolari, di cui si ha notizia solo saltuariamente, per motivi diversi ma sempre ricollegabili alla situazione economica contingente e alla miseria dilagante. Si è innescato, inoltre, il fenomeno del controesodo verso le zone rurali. Infatti, negli ultimi 30 anni l'esodo della popolazione dalle campagne ha gonfiato la popolazione urbana e ha costituito la forza lavoro a buon mercato che ha permesso l'industrializzazione delle aree costiere del paese.
La riduzione delle esportazioni, la contrazione della produzione e l'aumento della disoccupazione costringono una parte rilevante dei lavoratori a tornare nelle proprie terre di origine. Si calcola, infatti, che il controesodo sia dell'ordine di 60.000 persone fino a ora, ma si prevede che il fenomeno raggiunga livelli ben più significativi con l'avanzare della crisi economica. Sembrano del tutto vani gli appelli del governo centrale cinese ai lavoratori di non ritornare in campagna e di rimanere in città. Ma quando la disoccupazione cresce, svanisce la speranza di trovare un nuovo posto di lavoro. In campagna invece è meno difficile trovare una ciotola di riso.
La crisi internazionale nei prossimi mesi si rivelerà in tutta la sua dimensione anche in India e in Russia e in generale nei paesi emergenti, il cui sviluppo dipende dalla crescita dei paesi industrializzati. Se questa crescita si fermasse la sorte dei paesi emergenti sarebbe di nuovo segnata.
Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 dicembre 2008
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