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mercoledì 31 dicembre 2008

Meritocrazia, lost in translation


di Emma

Si diventa Segretari di Stato dicendo che per superare la crisi l’America ha bisogno del mondo e il mondo dell’America. Ribadendo lo yankeecentrismo del mondo.
Anche sotto le macerie.
Si diventa buoni cristiani se si condanna l’omosessualità, perché i paesi che mettono in galera per unioni con persone dello stesso sesso non si sentano in demerito se la puniscono. E non si dica che la Chiesa non pensa ai musulmani.
Si diventa buoni governanti se con il bonus bebè e la social card si risolve l’emergenza del paese e si insegna agli altri come si fa. Con banche sicure, tetti sui mutui e iva sui satelliti. Che i comunisti non saprebbero fare di meglio.
Si diventa buoni cittadini se si pensa che acquistando una risma di carta con su scritto give a tree your name, questa scritta copra le nefandezze fatte al nostro pianeta e gli investimenti non fatti nelle cose che contano.
Non le banche, ma il sole.
Il potere. Che sapore ha?
Quello di idiozie affastellate a mascherare crimini.
Spiegatemelo, ché ci ho capito poco.
Ché il mondo non va verso il sole, ma si volta solo verso la telecamera.

Emma

www.milanovalencia.wordpress.com

Il lato chiaro e quello oscuro di Obama

di Gabriele Cazzulini
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 novembre 2008
C'è un aspetto in cui Obama è come Bush: essere un leader, anche se in fasi temporali diverse. Bush è stato un leader; Obama deve dimostrare di esserlo veramente. Quando nel 2004 Bush conquistò il secondo mandato e un posto nella storia, vinse rinvigorendo il legame diretto con gli americani. Tanta radio e tantissime strette di mano del presidente segnarono la sconfitta dello sfidante democratico John Kerry. Quattro anni dopo Obama è un idolo mediatico che spopola sul web. Piace a prescindere dalle vaghissime promesse che è abituato a staccare come fossero assegni in bianco.
Ora bisogna controllare se Obama dispone di un reale capitale politico per mantenere le sue promesse e ripagare gli elettori della fiducia concessa in tempi in cui il credito è diventato una risorsa rara. Obama stravince confermando la regola aurea della democrazia americana: il presidente dev'essere un leader, un capo che oltre a governare usando la prima persona singolare sia anche l'anello di congiunzione tra stato e popolo. Che piaccia o meno, la lezione americana non spiega solo che gli Usa sono la terra dove la possibilità diventa una realtà. Il primo afro-americano che diventa presidente senza neppure aver compiuto cinquant'anni.
La Casa Bianca ha le porte aperte. Questo è l'aspetto sociale della democrazia. Ma c'è anche un aspetto politico molto più importante. Afro-americano o wasp, alto o basso, giovane o vecchio, ricco o povero, il presidente dev'essere un leader. Non c'è spazio per equilibrismi politici, compromessi, tregue. Sono parole espunte dal gergo delle campagne elettorali americane. Non si parla mai di grande coalizione o di governo di unità nazionale. Neppure in tempi così neri. Chi vince, governa. Da solo. E' una fortissima semplificazione che deriva proprio dalla natura carismatica del presidente. Ma questo espone Obama, come chiunque altro neo-eletto alla Casa Bianca, all'effetto collaterale di vedere amplificate le sue azioni, buone e cattive. Un errore può diventare una tragedia; un successo si moltiplica in un trionfo. C'è troppa attesa che è già diventata una sorta di realtà in attesa di conferma o smentita. D'altronde fino a pochi anni fa Obama neppure esisteva nell'immaginario americano. Per vincere rispetto ad un McCain dalla solida biografia politica è stato necessario dare vita ad una specie di avatar virtuale di Obama che garantisse le qualità necessarie di un presidente come surrogato per l'esperienza che non c'era e non si poteva certo inventare. Ecco la martellante campagna mediatica per costruire l'avatar di Obama - ma adesso dall'avatar si è passati all'uomo in carne ed ossa.


L'America resta in crisi. L'economia è in panne e il nuovo presidente è un'incognita. Repubblicani a parte, sono tutti felici, nonostante il cielo sopra l'America sia grigio plumbeo. In Europa è impossibile vivere una situazione così drammatica con un tale slancio di fiducia verso il futuro. Infatti siamo in pieno revival del '68. Qui, tra i fori cadenti e gli atri muscosi di manzoniana memoria, Obama è solo un'icona che attira i curiosi e gli ingenui; al massimo c'è Veltroni che fa il pappagallo a qualunque cosa Berlusconi dica su Obama. Un po' poco per auto-nominarsi l'Obama tricolore e troppo poco se questo diventa solo una maschera che Veltroni si mette sulla sua faccia per recuperare punti tra l'elettorato. Ma questa maschera non fa guadagnare a Veltroni neppure il rispetto dei gerarchi del Pd. Obama è già un marchio di successo, un altro logo della superpotenza americana. Ci vuole ben altro e ben altri per clonarlo con successo. Le patacche si vedono subito.

Gabriele Cazzulini

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 novembre 2008

Stati Uniti, con Obama ha vinto la speranza


di Orlando Sacchelli

Il giorno più lungo degli Stati Uniti si è aperto con lunghe file per andare a votare. La campagna elettorale più lunga del mondo – da alcuni criticata perché troppo dispendiosa (ma la trasparenza è massima) – è iniziata più di un anno fa con le primarie. Si dovevano scegliere i candidati, coloro che avrebbero gareggiato per la "conquista" della Casa Bianca. E' stato uno scontro vero, durissimo, senza esclusione di colpi. Poi, con l’individuazione – con metodo democratico, è bene sottolinearlo – dei due sfidanti, è partita la corsa. Quattro novembre 2008, una data da ricordare: a vincere è la democrazia, a vincere sono i cittadini americani.
Negli Stati Uniti ha vinto la speranza, quella speranza di cambiamento che Barack Obama ha saputo accendere nell'animo dei cittadini. Sin dall'inizio, con le primarie, è stato il suo slogan-tormentone: "Yes we can" ("Sì possiamo farcela"). Gli americani gli hanno creduto e, a dire il vero, Obama ha conquistato la fiducia di moltissime persone anche al di fuori degli Usa. Sembrerà retorico ma con Obama ha davvero vinto il "sogno americano". Basta leggersi la biografia del neoeletto presidente per capire quanti passi in avanti abbia saputo fare la democrazia americana dal punto di vista della società multirazziale e multiculturale. Per questo l'ingresso del primo afroamericano alla Casa Bianca rappresenta la speranza che si fa realtà, il sogno che si avvera come nei film, quelli che noi europei chiameremmo - un po' da snob - americanate. Invece è tutto vero. Si è detto e si è scritto molto di queste elezioni: le più costose della storia, le più tecnologiche, le più partecipate. Di promesse, in campagna elettorale, ne sono state fatte tante, forse troppe. Ma questo fa parte della politica in ogni angolo del mondo. Ora, per Obama, verrà la fase più dura ma forse anche più avvincente: cercare di tramutare in realtà il "sogno del cambiamento". Per alcuni si è trattato - e si tratta - di un sogno vuoto, pieno di retorica ma privo di reali contenuti. Credo sia un giudizio troppo ingeneroso e ancor più irrispettoso verso tutti quei cittadini che hanno dato corpo al loro desiderio di cambiare aria a Washington. Si tratterà di aspettare e vedere cosa Obama sarà in grado di fare in concreto. La sua agenda politica è ricca: dal ritorno al multilateralismo in politica estera (senza rinnegare il ruolo di leadership degli Usa), alla riduzione delle tasse per chi guadagna meno di 250mila dollari con conseguente aumento per chi è più benestante, dalla riforma della sanità (il grande sogno democratico di garantire a tutti l'assistenza di base) fino al rilancio di un'economia sempre più in crisi. Sin dall'inizio Obama ha parlato della necessità di redistribuire la ricchezza. Un intento che i repubblicani hanno bollato come "socialista". Ma si tratta solo di una diversa visione dei compiti dello Stato: con Obama, così come prima di lui è avvenuto con Clinton - per citare l'ultimo dei presidenti democratici - non si metterà mai in discussione l'importanza del libero mercato e dell'iniziativa privata. Tra l'altro l'ortodossia non interventista repubblicana è stata ampiamente rinnegata da George W. Bush, coi salvataggi di Stato per fronteggiare l'ultima gravissima crisi finanziaria. Il programma politico di Obama è molto vasto e articolato. La sua realizzazione dipenderà anche da cosa accadrà nel mondo, con le crisi internazionali e gli equilibri geopolitici delle aree calde mediorientali. Forse per fare qualcosa di veramente significativo, in grado di lasciare il segno, occorrerà lavorare per otto anni, due mandati. Obama se ne rende conto e ha già messo le mani avanti nel suo primo discorso da presidente a Chicago. L'America cambia, l'America volta pagina. Non si tratta solo del sogno che diventà realtà. Non si tratta solo del riscatto epocale di una minoranza. Obama ha portato a votare moltissimi giovani - bianchi e neri - avvicinando una generazione che si sentiva distante, sfiduciata, tenuta in disparte. Questo forse sarà il compito più difficile per Obama: non fare affievolire, com'è nella natura delle cose, la vigorosa speranza che moltissimi giovani hanno riposto in lui.

Piovono, intanto, critiche sulle scelte di Barack Obama per lo "staff economico". Massimo Gaggi, in un editoriale sul Corriere della sera, ha parlato di "delusione", mettendo una accanto all'altra due campane diverse: da un lato la stampa ultra liberal americana, molto critica, dall'altro gli apprezzamenti di alcuni commentatori repubblicani. Un Presidente di sinistra che, per le sue prime decisive mosse in campo economico finisce con l'essere apprezzato dalla destra, parte male? La questione, secondo me, è mal posta: dai programmi ambiziosi e gli slogan della campagna elettorale si deve passare alla concretezza, necessaria per governare un Paese. Sarebbe stato lo stesso se avesse vinto McCain. Piazzando nei posti chiave alcuni "guru" dell'era Clinton (che tra l'altro avevano operato bene), Obama dimostra di essere un pragmatico. Tecnici a parte conterà la "visione d'insieme"; la cabina di regia, la scelta della rotta da seguire resta, com'è doveroso, al presidente, che potrà (e dovrà) imprimere una svolta rispetto agli ultimi otto anni. Altra questione è la Difesa. Qui Obama ha deciso di confermare Robert Gates, l'uomo che un paio di anni fa ha sostituito il contestato Rumsfeld al Pentagono. E' un segnale di continuità quello che il neo presidente eletto vuole dare. Un segnale a uso interno (per rassicurare i militari) ma soprattutto esterno: Washington vuol far capire che, anche se i piani di Obama non coincidono con quelli di Bush, gli Stati Uniti non intendono lasciare questioni aperte in giro per il mondo. Si parla di Afghanistan ma, soprattutto, di Iraq. Obama vorrebbe concentrare tutti gli sforzi su Kabul, lasciando, piano piano, Baghdad. Ma la cosa non si può fare dall'oggi al domani. Occorre una strategia accurata e serve un minimo di stabilità. Non si può dare un segnale di debolezza ai terroristi, soprattutto ora, dopo i terribili attentati di Mumbai e i recenti farneticanti proclami del numero due di al Qaeda al Zawahiri.

Orlando Sacchelli

www.ideelibere.it

Recessione profonda, in tutto il mondo


di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 dicembre 2008
Il rallentamento nella formazione del prodotto interno lordo e in molti casi la recessione sono condizioni che caratterizzano ormai tutte le economie industrializzate e i paesi emergenti. È allarmante constatare che il nostro partner commerciale preferenziale in Europa, la Germania, ha visto contrarsi nel mese di ottobre del 2,1% la sua produzione industriale rispetto a ottobre 2007. Il calo è stato più pronunziato nel settore delle costruzioni (-3%). L'economia tedesca è tradizionalmente votata all'esportazione ed è grazie all'andamento del commercio internazionale che la Germania ha potuto risanare l'anno scorso il proprio bilancio pubblico. Quest'anno però deve affrontare una recessione dilagante tra tutti i paesi tradizionalmente importatori dei suoi prodotti e quindi si teme un forte contraccolpo nella produzione industriale.
In Inghilterra la variazione della produzione industriale di ottobre rispetto a settembre 2008 è stata negativa (del -1,7%). Negli ultimi tre mesi la produzione industriale del Regno Unito aveva segnato una contrazione di poco inferiore al 2% rispetto ai tre mesi precedenti. In particolare, la produzione manifatturiera a settembre è diminuita dell'1,4% su base mensile e del 2% negli ultimi tre mesi. Il Regno Unito è stato il primo paese in Europa a intervenire nell'economia dopo l'esplosione della bolla speculativa di settembre, nazionalizzando le maggiori banche del paese e varando un piano di sostegno radicale dell'economia nazionale.
In Francia la produzione industriale, dopo il valore negativo di settembre (-5,9%), ha subito a ottobre una ulteriore flessione (-2,7% rispetto a settembre 2008) del tutto inaspettato dagli analisti, che stimavano una variazione ben più contenuta. Il comparto che denuncia la flessione più rilevante è quello dell'auto (-14,3%). Il presidente francese Nicolas Sarkosy, al termine del suo mandato di presidenza europea, ha sostenuto in quest'ultimo anno una politica strutturale caratterizzata da maggiori spese pubbliche strumentali alle riforme e alla crescita di lungo periodo.
Nel Nuovo Mondo gli Stati Uniti a novembre hanno perso 533.000 posti di lavoro, la peggior performance dal dicembre 1974. Anche in questo caso gli analisti erano più ottimisti e prevedevano una perdita più contenuta e pari a non più di 325.000 posti di lavoro. Nel mese appena trascorso il tasso di disoccupazione è stato del 6,7%, contro il 6,5% di ottobre. Riguardo la produzione industriale statunitense (a novembre -0,6 rispetto a ottobre 2008) è la terza volta in quattro mesi che la variazione percentuale ha il segno negativo. L'unica eccezione c'è stata a ottobre, con il rimbalzo (il dato è stato rivisto a +1,5% da +1,3%) legato alla ripresa delle attività connesse alla ricostruzione dopo i catastrofici eventi climatici.
Non si trovano in una situazione migliore i paesi emergenti, tra cui in particolare la Cina, che sono fortemente legati all'andamento della domanda dei paesi avanzati. La produzione industriale cinese ha rallentato più del previsto a novembre segnando un +5,4% contro il +8,2% di ottobre e il 7,1% atteso dagli analisti.

Si constata quindi che la recessione è in atto non solo nel nostro paese. Il mese di novembre porta con sé una riduzione dell'inflazione in Italia (-0.4% rispetto a ottobre 2008) che ha raggiunto un valore del 2,7% rispetto al novembre dell'anno passato. Se queste variazioni possono indurre il consumatore ad acquistare di più, specie in vista delle festività natalizie, in realtà rappresentano un effetto diretto del rallentamento dei consumi. Infatti la domanda è calante e i commercianti, per ridurre le scorte che vanno accumulandosi, riducono i prezzi. Il valore della produzione industriale italiana sta avendo un forte rallentamento in questi mesi fino ad arrivare a ottobre a una flessione del 6,7% rispetto ad un anno fa, secondo le analisi Istat. Il Centro studi di Confindustria (CSC), stima per il mese di novembre che il calo della produzione industriale italiana sia notevolmente più ampio, del -11,4%. Sono negativi anche i dati sul prodotto interno lordo che è diminuito, secondo i dati Istat, dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dello 0,9% rispetto al terzo trimestre del 2007. Il CSC è ancor più pessimista riguardo alle stime del Pil del quarto trimestre 2008 e prevede una riduzione dello 0,8%.

Il calo della produzione industriale è un segnale allarmante non solo per gli industriali stessi, ma anche per i lavoratori che vedono in tale contrazione una imminente disoccupazione. Tale rischio è più probabile per i lavoratori con contratti a tempo determinato, interinale e a progetto che non vedranno rinnovare il rapporto di lavoro. Ancor più difficile è la situazione per i lavoratori che hanno potuto ottenere solamente contratti di lavoro occasionale.
È difficile e sembra quasi ingenuo invitare i consumatori che si trovano in una situazione tanto angosciante di non ridurre i propri consumi. Tale consiglio ha senso se si pensa al contesto generale dell'economia. Infatti, è volto a evitare che l'economia italiana non si avviti nella spirale di: minor domanda - minori vendite - minore produzione - minore occupazione - minor domanda. Ma i consigli da soli non bastano. Occorre agire a sostegno dell'occupazione e della domanda anche a dispetto dei parametri imposti dal Patto di stabilità. Un'azione immediata può evitare il rischio di una inevitabile azione futura più ampia e più costosa.
Le riforme che il governo italiano pone in essere hanno un carattere di medio-lungo periodo e puntano al sostegno dell'occupazione e dell'efficienza. La riforma della scuola della Gelmini, così come la ristrutturazione della Pubblica Amministrazione di Brunetta, hanno lo scopo di distribuire in modo più efficiente le immense risorse che tali servizi pubblici utilizzano. Il risparmio che tali allocazioni più efficienti comporteranno verrà impiegato per la politica del «social housing», ossia per la costruzione degli alloggi da destinare alla popolazione a basso reddito. Il Ministro Tremonti ha annunciato l'utilizzo dei fondi europei per destinarli alla cassa integrazione e agli ammortizzatori sociali. Inoltre, l'inaugurazione dell'alta velocità nelle tratte Milano-Bologna e Bologna-Roma di questi ultimi giorni giunge in un momento in cui se ne sentiva l'esigenza. Infatti, la maggiore rapidità e puntualità delle comunicazioni esplicherà presto i suoi effetti positivi sull'efficienza del paese, ma anche sulla sana concorrenza con la nascente Alitalia sui voli tra Milano e Roma. Proseguono, inoltre, i lavori delle «Grandi Opere» (il Mose di Venezia per cui è stato stanziato quest'anno un fondo di 800 milioni di euro; il Ponte sulla Stretto di Messina; l'autostrada Salerno Reggio Calabria, per cui sono stati accantonati ben 2 miliardi di euro per completare gli ultimi 60 chilometri). Il potenziamento e l'ammodernamento delle vie di comunicazione sono considerati un «must» nelle politiche di sviluppo del paese dell'attuale governo.
Nonostante il calo dei prezzi dei prodotti energetici e l'andamento dell'inflazione entro margini molto contenuti, le economie più mature corrono il rischio che la recessione di tramuti in depressione. La crisi sta colpendo soprattutto i settori manifatturieri, in particolare l'auto e l'industria pesante, ovvero quei comparti economici che contribuiscono in misura determinante alla formazione del reddito nazionale. Quanto tutto questo possa durare è di difficile previsione e i più ottimisti sostengono che potremo dirci fuori dalla crisi economica non prima del 2010.
Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 dicembre 2008
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