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sabato 17 gennaio 2009

I gironi danteschi di Gaza


Free Gaza Movement, 16 gennaio 2009
pubblicato su Il Manifesto
Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all' Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall'incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre una secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall' esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane, ma portano l'autografo anche di Mubarak, il dittatore egiziano che qui a Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore. Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non profferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell'ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua abitazione; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall'ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull'abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice: "Ci hanno fatto fare un salto all'indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra". Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell'aera perchè ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell'indifferenza generale, e diversi accusano anche la Croce rossa internazionale e l'Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell' ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l'umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata. I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro Hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c'è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all'autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l'autodifesa è proporzionale all'offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l'85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se questa sproporzione fra difesa e offesa non riporterà agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea. Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio, ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente USA Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perchè estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano infilati l'elmetto dell'IDF e intrattengono le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti. Batto i tasti in un ufficio dell'agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano né stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piani più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l'esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane ha bombardato e distrutto anche l'edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell'UNRWA, agenzia dell'ONU per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un'ala dell'ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell'ISM. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore. Un carro armato è dinnanzi all'ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt'attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere.
L'inferno si è rivoltato e al suo centro, nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano.
Restiamo umani.
Vik
Vittorio Arrigoni
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giovedì 15 gennaio 2009

sette due nove...


Free Gaza Movement, 15 gennaio 2009


articolo pubblicato su Il Manifesto

I figli di un Allah minore, che il rifugio nell'abbraccio delle madri e dei padri una folgore dal cielo ha per sempre spezzato, continuano a espiare l'eredità di un odio tramandato di generazione in generazione, per una colpa che non hanno mai commesso. I soldati della Stella di David si calano alla perfezione nel ruolo di tanti Erode contemporanei, già 253 i bimbi palestinesi massacrati. Un orrore senza fine, per il quale nessun soldato, nessun ufficiale dell'esercito israeliano, nessun governo israeliano è mai stato messo dinnanzi alle sue responsabilità di criminale di guerra. Se per qualche ora queste vittime innocenti vengono graziate, non è così per i luoghi che ospitano i loro giochi, i sogni e le ambizioni di diventare adulti, quei padri e quelle madri che a loro sono stati strappati. Gli orfanotrofi sono diventate il nido preferito per gli uccelli meccanici israeliani, negli orfanotroci i caccia vanno a deporre le loro bombe. I compagni dell'ISM da Rafah mi scrivono: "Domenica 11 gennaio, approssimativamente alle 0300 am, caccia F16 hanno bombardato il centro per orfani dell'associazione Dar al-Fadila, che includeva una scuola, un college, un centro informatico e una moschea in Taha Hussein Street, nel quartiere Kherbat al-'Adas a nord est di Rafah. Parte degli edifici sono andati completamente distrutti e quelli ancora in piedi sono seriamente danneggiati. La scuola assisteva circa 500 bambini senza più genitori". La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell'islam lungo la Striscia continua, contando la moschea di Kherbat al-'Adas, sono 20 le moschee rase al suolo. Fortunamente nessu "razzo" qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga. Siamo certi che altrimenti avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo, mentre non ci meravigliamo più se nessuno protesta contro questa massiccia campagna antislamica. Dio deve pagare il dazio di ricevere preghiere dai palestinesi. Quasi 950 vittime, l'85 per cento sono civili. L'infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale né volontà di sabotaggio da parte della comunità internazionale. Sabotare l'avanzata della morte travestita da thank e caccia per savaguardare la vita. E' giunto allora il nostro turno, noi, semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola unica famiglia, la famiglia umana, è ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale. Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professore dell'univesità Al Quds di Gaza city. Un intellettuale di sinistra, coriaeceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perché non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto postfascisti e postcomunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro. Haidar dinnanzi a me si fa portavoce del PACBI (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, sito: http://www.pacbi.org ) e del BDS (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee, sito: http://bdsmovement.net ) e con lui ho discusso di boicottaggio. La storia insegna ma non ha alunni. E Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c'è la storia specifica del SudAfrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista a giungere ad un compromesso. Non boicottare allora quel regime di apartheid fu considerato un po' come esserne complici; cosa cambia, oggi? Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi, non crede che la miglior risposta all'occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i "kamikaze" e i "razzi" su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile, all'imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliore arma nell'arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein in un recente editoriale su il Guardian. Heidan riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960, quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire BASTA!, l'incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanta forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Haidar è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragmatica via di uscita da un conflitto che non vede altre risoluzioni. Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi anni, ma intensamente rivissuto nei racconti tramandati per via orale dai suoi familiari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata la tramandazione di un incubo, che ha alimentato l'inconscio collettivo di migliaia di palestinesi. L'incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di mietere notti insonni. Haidar mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino lacero, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto Made in Israel. I prodotti israeliani si riconosco sugli scaffali, imbrattati di sangue, hanno un codice a barre che li contraddistingue: 729 le cifre iniziali. Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito http://www.boycottisraeligoods.org/modules11748.php . Stampatevi la lista, appiccicatela sulla porta del frigo o infilatelo nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato con la lista della spesa. "Se compri anche un solo bicchiere d'acqua proveniente da Israele, di fatto compri anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli". Il movimento di boicattoggio che ha visto la luce nel 2005 in Palestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez, che ha espluso l'ambasciatore israeliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che ci sta strangolando, è un esempio da incarnare per tutti i politici nostrani.
I leaders sudafricani dell'allora lotta contro il regime d'apartheid , Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu affermano che l'oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sud Africa, voci un tantino più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei israeliani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappe e Neta Golan, sopravvisuti all'Olocausto che gridano "mai più". Il poeta israeliano Aharon Shabtai ci istiga ad agire : "Io spero nell'aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l'occupazione fin quando l'Europa non gli dirà "basta". Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale - in cui a dettar legge è l'esercito - non può essere cambiata dall'interno. Per i valori di cui è portatrice, l'Europa non può continuare a collaborare con Israele". 729 deve diventare la nostra shoah: mai più!


Restiamo umani.

Vik

Vittorio Arrigoni

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ps. Grazie,
Daniele

Avvoltoi e cacciatori di taglie


Free Gaza Movement, 14 gennaio 2009


di Vittorio Arrigoni http://guerrillaradio.iobloggo.com


articolo pubblicato su Il Manifesto


Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell'amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell'aereonautica israeliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un'ulteriore punizione anche da morti. Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso ad una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la "spirit of humanity," una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata oggi da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti 17 diverse nazioni. Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo.
Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con la "Dignity", furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l' SOS dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell'occasione, ci auguriamo che domani siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perché anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo. Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinché fermino questo genocidio in corso, per domani mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come àncora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l'agenzia di stampa Ma'an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici, non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà. Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un po' come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo gocciolano sangue all'aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell'assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla ad una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissà dove sottoterra, che fanno breccia nell'opinione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro. Queste mie prose odierne sono state troncate sul nascere, dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l'evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccate i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporters a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un'occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che le telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense di estrema destra che ci ha messo una taglia sulla testa: "ALLERTARE I MILITARI DELL'IDF PER COLPIRE L'ISM Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell'ISM. Dall'America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l'ISM, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall'inizio della guerra. BERSAGLIO ISM #1 PER LE FORZE AEREE ISRAELIANE E TRUPPE DI TERRA DELL'IDF: INVITO ALL'OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI (FOTO SOTTO) CHE ATTUALMENTE ASSISTE HAMAS A GAZA"... Dal sito "stoptheism.com". Non prendetevi la briga di visitarlo ne tantomeno di linkarlo ai vostri siti. E una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l'odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini,. Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l'esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte, sto sopra le ambulanze dell'ospedale Al Quds in Gaza city.


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Vik


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domenica 11 gennaio 2009

Non lascerò il mio paese


Free Gaza Movement, 09 gennaio 2009


Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio arghilè. Il mio telefono cellulare, il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell'inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall'Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicine al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell'intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere; sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l'Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest'altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l'unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all'assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l'80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell'ISM a Rafah ci descrivono l'ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che, su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna, stanno lasciando le loro case dinnanzi all'Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l'evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samoui. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile. Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l'esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a far scoppiare gli obitori. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura, la conservazione della specie, induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell'ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull'immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro temini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza. Da Suzanne, 15 anni: “La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare – sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo, ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila." Da Darween, 8 anni “Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese, così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi, così non lascerò il mio paese!” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti i razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà. Gaza è tristemente avvolta nell'oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitari arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l'esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando ho scanalato su una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia.

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Vittorio Arrigoni

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venerdì 9 gennaio 2009

Fionde contro bombe al fosforo bianco


Free Gaza Movement, 08 gennaio


pubblicato su Il Manifesto

"Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola" mi dice Jamal, chirurgo dell'ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. "Sigilla la scatola, quindi, con tutto il tuo peso e la tua forza, saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini e l'ultimo miagolio soffocato." Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: "Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste..."; il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. "Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati."
A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni circolano lungo tutta la Striscia secondo le quali l'esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l'esercito di Tsahal utilizzò nell'ultima guerra in Libano, e l'aviazione USA a Falluja, in violazione delle le norme internazionali. Dinnanzi all'ospedale Al Auda siamo stati testimoni e abbiamo filmato dell'utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l'illuminazione. Non c'è dubbio che utilizzare quest'arma sopra Gaza, una striscia di terra dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori. Il dottor Abdel mi ha riferito che all'ospedale Al Shifa non hanno la competenza militare e medica, per comprendere se alcune ferite di cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli portati all'ospedale nelle ultime ore. Mi ha spiegato di traumi al cranio, con fratture a vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso nasale e osso palatino che indicherebbero l'impatto di una forza immensa con il volto della vittima. Quello che a detta sua è totalmente inspiegabile, è la totale assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità dovrebbero rimanere al loro posto, almeno in tracce, all'interno del cranio. Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner. Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua ai suoi bombardamenti di 3 ore quotidiane, dalle 13 alle 16. Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione di Gaza con la stessa attendibilità dei leaders di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza ha individuato un nutrito gruppo di guerriglieri della resistenza palestinese muoversi compatto intorno a Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3 soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti. Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l'attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia l'ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 della famiglia Abed Rabbu. Una mezz'ora prima, sempre a Jabilia, ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell'ISM, erano sull'ambulanza, e hanno videodocumentato l'accaduto, passando poi i video e le foto ai maggiori media. Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a Gaza city. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l'ambulanza. Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 i feriti, 158 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4.
Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad un angolo di una strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite.
La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questi tempi e di questi luoghi.
Restiamo umani.
Vik

Vittorio Arrigoni

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venerdì 2 gennaio 2009

Buon Natale e felice anno nuovo a Gaza da Israele


Free Gaza Movement

27 dicembre 2008

di Vittorio Arrigoni
http://guerrillaradio.iobloggo.com

Siamo sotto le bombe a Gaza, e molte sono cadute a poche centinaia di metri da casa mia.
E amici miei ci sono rimasti sotto. Siamo a 160 morti sinora, una strage senza precedenti.
Terroristi? Hanno spianato il porto, dinnanzi a casa mia e raso al suolo le centrali di polizia.
Mi riferiscono che i media italiani tutti in toto danno per buono il comunicato militare israeliano di base terroristiche bombardate. Cazzate. Li ho conosciuti, questi ragazzi, li ho salutati tutti i giorni recandomi al porto per pescare coi pescatori palestinesi, o la sera per recarmi nei caffè del centro.
Diversi li conoscevo per nome. Un nome, una storia, una famiglia.
Sono giovani, diciotto ventanni, per lo più che se ne fottono di Fatah e Hamas, che si sono arruolati nella polizia per poter aver assicurato un lavoro in una Gaza che sotto assedio ha l'80 percento di popolazione disoccupata.
Aprite le orecchie, colletti bianchi della disinformazione occidentale.
Queste divise ammazzate oggi (senza contare le decine di civili che si trovavano a passare per caso, molti bambini stavano tornando a casa da scuola) sono i nostri poliziotti di quartiere.
Se ne stavano tutti i giorni dell'anno a presidiare la stessa piazza, la stessa strada, li ho presi in giro solo ieri notte per come erano imbaccuccati per riparsi dal freddo, dinnanzi a casa mia.
Non hanno mai sparato un colpo verso Israele, ne mai lo avrebbero fatto, non è nella loro mansione. Si occupano della sicurezza interna, e qui al porto siamo ben distanti dai confini israeliani. Ho una videocamera con me ma sono un pessimo cameraman, perchè non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non ce la faccio. Non riesco perchè sto piangendo anche io. Ambulanze e sirene in ogni dove, in cielo continuano a sfrecciaree i caccia israeliani con il loro carico di terrore e morte. Devo correre, all'ospedale al Shifa necessitano di sangue.

Non sono umani,
credo che non lo siano mai stai.

V. -->


http://guerrillaradio.iobloggo.com

Ritorno all'inferno


Free Gaza Movement

26 dicembre 2008

di Vittorio Arrigoni

E alla fine sono tornato. Non sazio del silenzio d'assenzio di una felicità incolta accollata come un cerotto mal riposto su di una bocca che urla. Non potevo fare altrimenti. Essere ferito, venir rapito, derubato della propria missione, incatenato e imprigionato in un lurido carcere israeliano, quindi deportato a forza su di un aereo verso Milano, senza neanche la pietà di mettere ai miei piedi nudi e martoriati dalle catene un paio di scarpe, non è certo la conclusione auspicabile per il compito solenne e di riscatto umano che ha impegnato gli ultimi mesi della mia barocca vita.
Il leone accumula stagioni e cicatrici, non ha certo il passo slanciato di una volta, ma non abbassa di un pelo la criniera. Poggiando il primo piede sulla terra di Gaza, per la seconda volta, sbarcando, come un Armstrong esiliato, ho ruggito, eccome, devono esser tremati i vetri delle finestre pure a Tel Aviv.
Fiero del mio passato, non curante del mio presente.
Perché è questo il tempo di spendersi, piuttosto che accaparrarsi un futuro agiato e comodamente distorto, a quelle vittime innocenti a cui non abbiamo concesso neanche l'ascolto, per un attimo,
delle loro grida di dolore. Spendersi affinché ogni diritto umano sia rispettato. Tutto il resto non ha più importanza, semmai ne abbia mai avuta una. Bisogna saper riconoscere la matrice della propria anima, anche se ciò è spaventevole e significa solitudine, ostracismo, utopia, Don Chisciotte, ingratitudine anche da chi verso cui si è dato tanto, si è speso tutto.
Ad aspettare nel fuoco si rischia di bruciarsi.
Ecco allora il perché della scelta dei miserabili, dei reietti, dei condannati, essi sono ancora capaci di lealtà, di gesta aggraziate e di generosità audace, alle soglie della fine del mondo. Reietto e miserabile la vita mi ci ha costretto, sono tornato a casa. Natale a Gaza pare un funerale. E non esclusivamente perche oggi ad un funerale effettivamente ci sono stato, il vicino di casa di
Fida, nostra coordinatrice ISM, è stato ridotto in brandelli, in tanti piccoli pezzettini di carne lacera da un colpo di carroarmato israeliano.
Piove lacrime amare il cielo di Gaza in questi giorni di lutto e terrorismo da oltre confine.
Si ascoltano i rutti delle minacce di imminente strage da Lvni e si trema dal freddo (senza + gas, senza + gasolio, senza+ energia elettrica). Si odono i cingoli di Netanyahu sulle ossa dei palestinesi ammazzati ieri e di quelli a venire. Lvni e Netanyahu in marcia funebre verso le prossime elezioni israeliane, il teorema è semplicistico, ma purtroppo realistico, vincerà chi porterà in dote ai propri elettori più teste palestinesi mozzate.
One head one vote.
A Gaza è come se si fosse in autunno, e io sono nato sotto il segno dell'autunno.
Per cui se fuori piove, perdonatemi, a volte piove anche dentro.
Restiamo umani.

Vostro Vik dalle tenebre dell'assedio.

Vittorio Arrigoni
per contatto
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guerrillaingaza@gmail.com

Ps.
Conosciuti e più emeriti sconosciuti si sono fatti benemeriti donatori;
essendo stato rapito, non ho avuto l'occasione di ringraziarli, così li ringrazio ora.

Rapito in acque palestinesi


Free Gaza Movement


02 dicembre 2008


pubblicato su "Il Manifesto" del 29 novembre



di Vittorio Arrigoni

Il mare era un coltre liquida impassibile, priva d'increspature, liscio come olio; martedì scorso quando io, Darlene e Andrew, attivisti per i diritti umani dell'ISM ( http://www.palsolidarity.org/ ), siamo salpati dal porto di Gaza a bordo di tre pescherecci palestinesi. Il sole era tiepido, il cielo limpido, totale assenza di vento, si prospettava una giornata generosa di pesce per i nostri amici pescatori. All'incirca verso le 11 am., siamo stati intercettati e accerchiati da 8 imbarcazioni militari israeliane, che hanno aperto il fuoco attorno ai pescherecci, ci hanno bloccato, dopodichè hanno proceduto al nostro rapimento, noi 3 internazionali e 15 pescatori palestinesi. Hanno rapito noi e rubato i pescherecci, e condotto noi e la barche dalla Palestina sin dentro i confini d'Israele. Ci trovavamo circa a 6 miglia dalla costa di Gaza, secondo le leggi internazionali in piene acque palestinesi (il trattato di Oslo conferisce sovranità ai palestinesi sino a 20 miglia dalle coste delle Striscia), per questa ragione non di arresto si tratta, ma di vero e proprio sequestro di persona, e non di confisca dei pescherecci, bensì di furto. Un blitz terroristico in piena regola. Corpi speciali della marina militare israeliana, teste di cuoio, incappucciati, armati all'inverosimile, per bloccare tre barchette di legno che a malapena stanno a galla. Ho provato a interloquire con quello che mi pareva essere l'ufficiale israeliano di più alto grado, gli ho domandato se avessero intenzione di uccidermi, visto che più di una decina fra pistole, fucili, canne di cannone, erano rivolte verso di me seguendo ogni mio minimo movimento. Prima che i soldati israeliani saltassero a bordo del mio peschereccio, ho chiesto a lui, a loro, che ossesso timore provasse Israele, quale estremo pericolo per la sua sicurezza interna rappresentasse il fatto che dei semplici pescatori palestinesi andassero al largo del loro mare per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le loro famiglie. L'ufficiale israeliano, così ferreo e autoritario nell'impartire ordini in ebraico ai suoi soldati, e a me in un inglese dallo spiccato accento australiano, non ha saputo rispondere a questo mio semplice quesito. E' evidente che questi super soldati, tutti muscoli e agghiacciante freddezza, sono addestrati ad uccidere un uomo in meno di un secondo ( e quando si tratta di uccidere un palestinese anche meno), senza batter ciglio, ma non sono in grado di comprendere autonomamente il significato di termini elementari come diritto di esistenza, diritto di sopravvivenza.
In quanto ben distanti dai confini israeliani, ho dichiarato all'ufficiale che non riconoscevo la sua autorità, ne tantomeno il diritto di rapire me e i pescatori miei amici. Ho deciso allora di resistere passivamente, in maniera non violenta. Mi sono arrampicato sul tetto del peschereccio, e da lì sull'impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le reti. Mi hanno inseguito tre soldati, puntandomi le pistole al viso. I loro occhi, dietro i passamontagna neri, mi sono parsi la migliore rappresentazione dell'odio che mai mi è capitato di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste. Niente affatto intimorito, ho domandato che se era loro intenzione uccidermi, allora si accomodassero, adempissero in pieno al loro dovere. Uccidere un civile, italiano, disarmato, su di un peschereccio palestinese, a pesca con amici palestinesi, su acque palestinesi. Un quarto soldato allora è sopraggiunto, e ho riconosciuto l'arma che teneva in pugno, una pistola taser. A quest'ultimo ho detto la verità, che sono cardiopatico, che quell'arma avrebbe potuto provocarmi un arresto cardiaco. Il soldato allora si è avvicinato, l'ufficiale ha impartito l'ordine, io ho voltato le spalle a entrambi, per non provare troppa compassione per loro. Il soldato mi ha sparato sulla schiena, una scarica elettrica mi ha mandato sottoschock, tutti e 4 i soldati hanno cercato allora di spingermi di sotto, un salto da tre metri sulla superficie di acciaio della poppa del peschereccio, mi avrebbe sicuramente comportato serie fratture. Con un colpi di reni mi sono gettato in mare, e con le ultime forze vi sono rimasto, in acqua, nuotando lentamente, verso la riva all'orizzonte, verso Gaza, verso casa. Indifferente ai proiettili intimidatori che colpivano l'acqua a pochi centimetri dalla mia testa, ho nuotato per una buona mezz'ora, seguito a breve distanza dalle 8 navi da guerra, quando i miei denti hanno iniziato a battere senza sosta, e le palmi delle mie mani si sono fatte blu, ho dovuto desistere nella fuga, e lasciare che i soldati mi trassero fuori dall'acqua, malmenandomi. Per poco ho scampato l'ipotermia.
Arrivati al porto di Ashkelon, io Darlene e Andrew, siamo stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa dinnanzi una scena da olocausto. Qualcosa che a me a ricordato il film Schindler's list, o le prose intrise di orrore di Primo Levi. Tutti e quanti i pescatori stavano inginocchiati ignudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50 chilometri nautici, se l'erano fatto così, all'aperto in quelle condizioni.
Perchè? Per quale motivo Israele nelle veci del suo esercito, dei suoi governi, si macchia quotidianamente di crimini di guerra contro i civili di Gaza? perchè li punisce collettivamente? Impedire a degli innocui pescatori di pescare a poche a miglia dalla costa, nelle loro acque, più in generale affamare la popolazione civile di Gaza imprigionata nel suo assedio, non favorisce certo ne un processo di pace, ne ottiene più sicurezza per Israele. E' vero invece esattamente il contrario.
Condotti in un carcere a Ben Gurion, eppoi a nella prigione di Ramle, noi tre internazionali abbiamo iniziato immediatamente uno sciopero della fame, con la richiesta di rilascio immediato dei pescatori palestinesi. Cosa che è poi avvenuta.
Io sono stato 6 giorni nelle prigioni israeliane, in condizioni pessime, celle anguste e luride, popolate da insetti e parassiti che hanno banchettato allegramente sulla mia epidermide. Ma vengo da Gaza, a essere incarcerato in fin dei conti ci ero abituato. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, per volontà israeliana. Tutte le industrie hanno dovuto chiudere, più dell' 80 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a Gaza si registra il più alto tasso di disoccupazione del mondo, non c'è corrente elettrica, ne carburante. Gli ospedali necessitano di medicinali, la stragrande parte della popolazione di viveri, e beni di prima necessita. I soldati israeliani mi hanno prelevato dalla prigione a cielo aperto di Gaza solo per condurmi in una delle loro prigioni più piccole, dove quantomeno, a differenza di Gaza, servivano puntualmente un rancio, e c'era per quasi tutto il giorno energia elettrica e acqua potabile. Sono però stato privato dei mie fondamentali diritti, come quella di poter contattare il mio avvocato, o il mio consolato, a mia discrezione, non a volontà dei miei carcerieri. Inoltre ci tengo qui qui a denunciare che nella prigione di Ramle, a venti chilometri da Tel Aviv, sono sepolti vivi centinaia di rifugiati africani, per lo più etiopi, eritrei e sudanesi. Hanno un visto UN in perfetta regola, e in qualsiasi paese che si definisce civile sarebbe stato affidato loro un alloggio ed un minimo per vivere, scappano dalla guerra, non sono mica terroristi. Ma Israele dimostra ancora una volta, che i diritti umani, e più in generale la legge internazionale, è cartastraccia fuori dai suoi confini come pure dentro. Io farò di tutto affinché la condizione disumana di sepolti vivi dei miei compagni di prigionia venga alla luce. L'ho promesso loro. Io, Andrew e Darlene, alla fine siamo stati deportati, non ci siamo appellati alla corte israeliana per non legittimare come arresto quello che la legge internazionale ritiene essere rapimento.
I nostri avvocati si batteranno comunque per la restituzione dei pescherecci rubati dalla marina israeliana. Oltre che la perdita economica per i proprietari delle imbarcazioni, ciò che più ci sta a cuore sono la cinquantina di pescatori disoccupati, la trentina di famiglie palestinesi che da una settimana non ha più di che sostenersi.
Quelle barche rapinate da Israele sono il simbolo dell'assedio a cui è costretta Gaza, dell'illegalità al limite del terrorismo con cui opera l'esercito israeliano al di fuori del suo territorio. Personalmente, io, Vittorio Arrigoni, dichiaro che sono un leone.
Che più mi bastonano, più mi incarcerano, più rafforzano la mia determinazione nella lotta per la difesa dei diritti umani. Non è stato un gioco per Gandhi e i suoi scrollarsi di dosso l'occupazione inglese, ne per Mandela sconfiggere l'apartheid che imperava in Sud Africa. Non saranno per me le ferite che ho riportato in questi mesi a Gaza, ne la mia ultima detenzione, a farmi indietreggiare di un solo passo verso il percorso di lotta civile e non violenta che ho intrapreso, una questione morale che significa libertà per i palestinesi, e contemporaneamente pace e sicurezza per gli israeliani.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni

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Un esempio per rivegliare le coscienze


dal blog di Vittorio Arrigoni http://guerrillaradio.iobloggo.com

"Orgogliosamente, riporto qui parte del discorso del 63esimo Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che in occasione del Secondo Giorno Internazionale sulla Non Violenza (2 ottobre), in memoria di Ghandi,ha parlato così di NOI: "I successori di Gandhi e di Luther King nel ventunesimo secolo hanno portato avanti altri esperimenti per dimostrare il potere della verità non violenta per ottenere giustizia e pace in ogni angolo del mondo - compreso, proprio negli ultimi due mesi, a Gaza. Il Free Gaza Movement è riuscito a rompere l'assedio di Gaza attraverso un'azione diretta e non violenta. Dopo essere salpati da Cipro, 44 attivisti provenienti da 17 paesi diversi, il 23 agosto 2008 sono riusciti, a bordo di due piccole barche di legno, ad attraccare al porto di Gaza, dove la popolazione assediata li ha accolti con entusiasmo. Questa iniziativa non violenta ha permesso ai Palestinesi di entrare e uscire liberamente dalla loro stessa terra per la prima volta dopo 60 anni. Come ha sottolineato Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nei Territori Occupati Palestinesi, si tratta ora di capire se il coraggio e l'impegno del Free Gaza Movement "potranno risvegliare la coscienza dell'umanità di fronte ad una tragedia in continua espansione". Partendo dall'innovativa attività di Gandhi e di Luther King, arrivando fino all'attuale esempio del Free Gaza Movement, possiamo renderci conto di come il potere di trasformazione della non violenza si trovi, in questo nostro momento storico, ad un bivio. Avendo sviluppato e prodotto noi stessi, con la guerra, i mezzi da usare per la nostra stessa estinzione, siamo chiamati all'appello dalla Verità, a presentarci al centro della nostra esistenza, per svoltare verso una modalità di trasformazione non violenta che ci faccia approdare ad un futuro di giustizia e pace. In una delle mie numerose dichiarazioni durante il Dibattito Generale dei leader mondiali all'Assemblea Generale che si è appena conclusa, ho detto: "O ci ameremo l'un l'altro o moriremo". Oggi – miei cari fratelli e sorelle – io vi dico qualcosa di equivalente: non violenza o non esistenza"


Sulle tracce di Ghandi, impariamo a restare umani
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