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sabato 17 gennaio 2009

I gironi danteschi di Gaza


Free Gaza Movement, 16 gennaio 2009
pubblicato su Il Manifesto
Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all' Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall'incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre una secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall' esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane, ma portano l'autografo anche di Mubarak, il dittatore egiziano che qui a Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore. Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non profferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell'ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua abitazione; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall'ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull'abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice: "Ci hanno fatto fare un salto all'indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra". Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell'aera perchè ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell'indifferenza generale, e diversi accusano anche la Croce rossa internazionale e l'Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell' ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l'umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata. I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro Hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c'è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all'autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l'autodifesa è proporzionale all'offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l'85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se questa sproporzione fra difesa e offesa non riporterà agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea. Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio, ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente USA Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perchè estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano infilati l'elmetto dell'IDF e intrattengono le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti. Batto i tasti in un ufficio dell'agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano né stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piani più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l'esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane ha bombardato e distrutto anche l'edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell'UNRWA, agenzia dell'ONU per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un'ala dell'ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell'ISM. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore. Un carro armato è dinnanzi all'ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt'attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere.
L'inferno si è rivoltato e al suo centro, nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano.
Restiamo umani.
Vik
Vittorio Arrigoni
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giovedì 15 gennaio 2009

sette due nove...


Free Gaza Movement, 15 gennaio 2009


articolo pubblicato su Il Manifesto

I figli di un Allah minore, che il rifugio nell'abbraccio delle madri e dei padri una folgore dal cielo ha per sempre spezzato, continuano a espiare l'eredità di un odio tramandato di generazione in generazione, per una colpa che non hanno mai commesso. I soldati della Stella di David si calano alla perfezione nel ruolo di tanti Erode contemporanei, già 253 i bimbi palestinesi massacrati. Un orrore senza fine, per il quale nessun soldato, nessun ufficiale dell'esercito israeliano, nessun governo israeliano è mai stato messo dinnanzi alle sue responsabilità di criminale di guerra. Se per qualche ora queste vittime innocenti vengono graziate, non è così per i luoghi che ospitano i loro giochi, i sogni e le ambizioni di diventare adulti, quei padri e quelle madri che a loro sono stati strappati. Gli orfanotrofi sono diventate il nido preferito per gli uccelli meccanici israeliani, negli orfanotroci i caccia vanno a deporre le loro bombe. I compagni dell'ISM da Rafah mi scrivono: "Domenica 11 gennaio, approssimativamente alle 0300 am, caccia F16 hanno bombardato il centro per orfani dell'associazione Dar al-Fadila, che includeva una scuola, un college, un centro informatico e una moschea in Taha Hussein Street, nel quartiere Kherbat al-'Adas a nord est di Rafah. Parte degli edifici sono andati completamente distrutti e quelli ancora in piedi sono seriamente danneggiati. La scuola assisteva circa 500 bambini senza più genitori". La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell'islam lungo la Striscia continua, contando la moschea di Kherbat al-'Adas, sono 20 le moschee rase al suolo. Fortunamente nessu "razzo" qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga. Siamo certi che altrimenti avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo, mentre non ci meravigliamo più se nessuno protesta contro questa massiccia campagna antislamica. Dio deve pagare il dazio di ricevere preghiere dai palestinesi. Quasi 950 vittime, l'85 per cento sono civili. L'infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale né volontà di sabotaggio da parte della comunità internazionale. Sabotare l'avanzata della morte travestita da thank e caccia per savaguardare la vita. E' giunto allora il nostro turno, noi, semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola unica famiglia, la famiglia umana, è ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale. Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professore dell'univesità Al Quds di Gaza city. Un intellettuale di sinistra, coriaeceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perché non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto postfascisti e postcomunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro. Haidar dinnanzi a me si fa portavoce del PACBI (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, sito: http://www.pacbi.org ) e del BDS (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee, sito: http://bdsmovement.net ) e con lui ho discusso di boicottaggio. La storia insegna ma non ha alunni. E Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c'è la storia specifica del SudAfrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista a giungere ad un compromesso. Non boicottare allora quel regime di apartheid fu considerato un po' come esserne complici; cosa cambia, oggi? Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi, non crede che la miglior risposta all'occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i "kamikaze" e i "razzi" su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile, all'imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliore arma nell'arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein in un recente editoriale su il Guardian. Heidan riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960, quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire BASTA!, l'incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanta forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Haidar è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragmatica via di uscita da un conflitto che non vede altre risoluzioni. Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi anni, ma intensamente rivissuto nei racconti tramandati per via orale dai suoi familiari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata la tramandazione di un incubo, che ha alimentato l'inconscio collettivo di migliaia di palestinesi. L'incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di mietere notti insonni. Haidar mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino lacero, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto Made in Israel. I prodotti israeliani si riconosco sugli scaffali, imbrattati di sangue, hanno un codice a barre che li contraddistingue: 729 le cifre iniziali. Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito http://www.boycottisraeligoods.org/modules11748.php . Stampatevi la lista, appiccicatela sulla porta del frigo o infilatelo nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato con la lista della spesa. "Se compri anche un solo bicchiere d'acqua proveniente da Israele, di fatto compri anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli". Il movimento di boicattoggio che ha visto la luce nel 2005 in Palestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez, che ha espluso l'ambasciatore israeliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che ci sta strangolando, è un esempio da incarnare per tutti i politici nostrani.
I leaders sudafricani dell'allora lotta contro il regime d'apartheid , Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu affermano che l'oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sud Africa, voci un tantino più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei israeliani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappe e Neta Golan, sopravvisuti all'Olocausto che gridano "mai più". Il poeta israeliano Aharon Shabtai ci istiga ad agire : "Io spero nell'aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l'occupazione fin quando l'Europa non gli dirà "basta". Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale - in cui a dettar legge è l'esercito - non può essere cambiata dall'interno. Per i valori di cui è portatrice, l'Europa non può continuare a collaborare con Israele". 729 deve diventare la nostra shoah: mai più!


Restiamo umani.

Vik

Vittorio Arrigoni

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ps. Grazie,
Daniele

Avvoltoi e cacciatori di taglie


Free Gaza Movement, 14 gennaio 2009


di Vittorio Arrigoni http://guerrillaradio.iobloggo.com


articolo pubblicato su Il Manifesto


Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell'amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell'aereonautica israeliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un'ulteriore punizione anche da morti. Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso ad una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la "spirit of humanity," una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata oggi da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti 17 diverse nazioni. Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo.
Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con la "Dignity", furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l' SOS dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell'occasione, ci auguriamo che domani siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perché anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo. Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinché fermino questo genocidio in corso, per domani mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come àncora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l'agenzia di stampa Ma'an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici, non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà. Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un po' come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo gocciolano sangue all'aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell'assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla ad una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissà dove sottoterra, che fanno breccia nell'opinione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro. Queste mie prose odierne sono state troncate sul nascere, dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l'evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccate i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporters a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un'occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che le telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense di estrema destra che ci ha messo una taglia sulla testa: "ALLERTARE I MILITARI DELL'IDF PER COLPIRE L'ISM Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell'ISM. Dall'America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l'ISM, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall'inizio della guerra. BERSAGLIO ISM #1 PER LE FORZE AEREE ISRAELIANE E TRUPPE DI TERRA DELL'IDF: INVITO ALL'OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI (FOTO SOTTO) CHE ATTUALMENTE ASSISTE HAMAS A GAZA"... Dal sito "stoptheism.com". Non prendetevi la briga di visitarlo ne tantomeno di linkarlo ai vostri siti. E una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l'odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini,. Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l'esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte, sto sopra le ambulanze dell'ospedale Al Quds in Gaza city.


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Vik


Vittorio Arrigoni


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lunedì 12 gennaio 2009

Sterminio di Gaza: lavori in corso


Free Gaza Movement, 10 gennaio 2009

di Vittorio Arrigoni http://guerrillaradio.iobloggo.com

articolo pubblicato su Il Manifesto

Alcune famiglie di palestinesi ci hanno consegnato dei volantini, piovuti dal cielo nei giorni scorsi, lasciati cadere dall'aereonautica israeliana in alternativa alle bombe. Volantino n.1, tradotto dall'arabo: "A tutte le persone residenti in quest'area. A causa delle azioni terroristiche con cui i terroristi presenti nella vostra area stanno aggredendo Israele, le Forze di Difesa Israeliane sono state costrette a reagire immediatamente e ad agire in questo modo nelle vostre zone. Vi esortiamo, per la vostra sicurezza, ad evacuare immediatamente quest'area. Forze di Difesa Israeliane". In pratica l'esercito israeliano sta passando di casa in casa, appiccicando sugli usci un avviso di "lavori in corso", prima di radere al suolo interi quartieri, affossare per sempre speranze di vita presente e futura. Seppellire sotto tonnellate di macerie chi non ha un posto dove evacuare. Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che «la terza fase della guerra al terrorismo sta per iniziare". Sono cortesi i vertici militari israeliani, chiedono collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti. Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l'aereonautica a bussare dolcemente sui tetti delle case di Gaza. E' una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all'evacuazione. Dopo due o tre minuti l'aviazione ripassa e non rimane più niente dell'edificio. Evacuare, ma evacuare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo tutta la Striscia, io personalmente temo di più per la mia vita sopra un'ambulanza, o passando di fianco ad una moschea o una scuola, che dinnanzi ad uno dei palazzi governativa ancora in piedi. Ieri notte a 20 metri da casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi diversi metri come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male. Girando per i corridoi dell'ospedale Al Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un dottore dai tratti somatici non propriamente arabi, è Mads Gilbert, medico norvegese dell'organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite utilizzate da Israele sui civili di Gaza: "molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, che io sospetto siano provocate da armi Dime". Questo mentre Navi Pillay, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, denuncia "gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra". L'ultimo di questi crimini poche ore fa, a Est di Jabalia, una famiglia che si apprestava a evacuare, si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti, bombardato. 8 vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia, quella di Abed Rabbu, 10 feriti gravi. Fra le persone che incontro per strada l'impressione è quella che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzano lentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri, esaurite le scorte di farina, hanno iniziato a mescolarla con quella animale per sfornare le pagnotte. Oppure ci si ciba di quello che qui chiamano pane-penicillina. E' pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza. Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi siano precisi e mirati a "terroristi" o ipotetici magazzini di scorte di armi ed esplosivo. L'altissimo conto di vittime civili, basta da solo a smentire questi video. Mi chiedo come Israele possa definirsi civile e democratico, se per stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio popolato, il suo esercito non esita un attimo ad abbatterlo, seppellendoci sotto decine di innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l'esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo. Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini, 12 i paramedici uccisi nell'adempimento del loro dovere, 3 i giornalisti morti con la macchina fotografica appesa al collo. Ben 3350 i feriti, più della metà sono minori di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità, sono l'85% delle vittime totali i civili palestinesi massacrati in due settimane. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Se Le Nazioni Unite non riescono a proteggere la popolazione civile palestinese dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali, ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, pronti a sbarcare a Gaza fra un paio di giorni. Sono dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare quello è possibile per fornire qualche misura di protezione. Ci avevano già provato ad arrivare martedì 31 dicembre sulla Dignity. La marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla, successivamente aveva parlato di "incidente". Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri "incidenti" in alto mare. Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca [è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito http://guerrillaradio.iobloggo.com]: "Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci dei razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate!.. E' garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749. Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com ". Molti mi scrivete dall'Italia avvinti dalla frustrazione di non potere fare nulla dinnanzi a questo genocidio in corso. Vi invito a continuare a manifestare la vostra indignazione e a tifare per i diritti umani. Se poi avete 5 minuti di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell'ultimo volantino potrebbero tornarvi utili per comunicare il vostro pensiero a chi per via area, marina, terrestre, decide cinicamente sul destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone fu speso meglio, quei 235 bambini massacrati ve lo chiedono.

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Vik

Vittorio Arrigoni

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domenica 11 gennaio 2009

A Gaza hanno ucciso Ippocrate


Free Gaza Movement, 10 gennaio 2009


articolo pubblicato su Il Manifesto

A Gaza, un plotone di esecuzione ha messo al muro Ippocrate, ha puntato e fatto fuoco.
Le allucinanti dichiarazioni di un portavoce dei servizi segreti israeliani, secondo cui l'esercito ha ottenuto via libera a sparare sulle ambulanze perché a bordo presenti presunti membri della resistenza palestinese, danno il quadro di che valore dà alla vita Israele in questi giorni, le vite dei nemici, s'intende. Vale la pena ripassare cosa dichiara il giuramento di Ippocrate, a cui è tenuto ogni medico prima di iniziare a esercitare la sua professione, in particolare questi passi: "Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica". Sono sette, fra dottori e infermieri volontari, i camici bianchi uccisi dall'inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall'artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l'ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza; le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo di un massacro, a Zaiton, est di Gaza city, solo dopo 24 ore dall'attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati dinnanzi uno scenario raccapricciante: "quattro bambini piccoli vicini al corpo senza vita della loro madre, in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi. E' stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi". I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, hanno radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e poi lo hanno ripetutamente bombardato. Con i miei compagni dell'ISM sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subìto molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere a bordo guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, chiedergli se parteggia per Hamas o Fatah. Anche perché quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti. Alcuni giorni fa, caricando un ferito grave, ha cercato contemporaneamente di salire sull'ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, bensì accogliamo sopra le nostre ambulanze solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa un istante. La notte scorsa è arrivata all'ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam ha partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in salo parto, un piano più in basso, all'obitorio, era giunto anche il giovane marito. Alla fine persino le Nazioni Unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell'Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni Unite hanno annunciato di sospendere le loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell'agenzia di stampa Ramattan, e l'ho visto sdegnato agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere. L'ONU cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa vuole durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non rispetta. "I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli" ho sentito Ging dichiarare a due passi da me.

Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali chissà perché Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l'immane catastrofe innaturale che da tredici giorni ha colpito Gaza. Queste le sue parole: "L’altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aeri che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono, sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all’ orizzonte, Gaza. La collina e’ diventata anche meta turistica per gli Israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo."
Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza, una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestre e vedo che hanno colpito l'edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E' uno dei palazzi più alti di tutta Gaza city, l'Al Jaawhara building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo. All'ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele sta adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al Qaeda, bombarda un edificio, attende l'arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un'altra bomba che fa strage di quest'ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporters, gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrando sorridendo, i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d' essersela cavata, il suo collega Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la secondo esplosione lo ha ucciso. Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l'altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga Il Manifesto, né vi siano affezionati visitatori del mio blog.
Restiamo umani.
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Vittorio Arrigoni
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Non lascerò il mio paese


Free Gaza Movement, 09 gennaio 2009


Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio arghilè. Il mio telefono cellulare, il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell'inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall'Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicine al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell'intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere; sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l'Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest'altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l'unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all'assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l'80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell'ISM a Rafah ci descrivono l'ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che, su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna, stanno lasciando le loro case dinnanzi all'Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l'evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 feriti, tutti appartenenti alla famiglia Al Samoui. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile. Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l'esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a far scoppiare gli obitori. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura, la conservazione della specie, induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell'ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull'immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro temini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza. Da Suzanne, 15 anni: “La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare – sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo, ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila." Da Darween, 8 anni “Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese, così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi, così non lascerò il mio paese!” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti i razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà. Gaza è tristemente avvolta nell'oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitari arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l'esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando ho scanalato su una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia.

Restiamo umani.

Vik

Vittorio Arrigoni

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venerdì 9 gennaio 2009

Fionde contro bombe al fosforo bianco


Free Gaza Movement, 08 gennaio


pubblicato su Il Manifesto

"Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola" mi dice Jamal, chirurgo dell'ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. "Sigilla la scatola, quindi, con tutto il tuo peso e la tua forza, saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini e l'ultimo miagolio soffocato." Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: "Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste..."; il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. "Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l'ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati."
A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni circolano lungo tutta la Striscia secondo le quali l'esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l'esercito di Tsahal utilizzò nell'ultima guerra in Libano, e l'aviazione USA a Falluja, in violazione delle le norme internazionali. Dinnanzi all'ospedale Al Auda siamo stati testimoni e abbiamo filmato dell'utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l'illuminazione. Non c'è dubbio che utilizzare quest'arma sopra Gaza, una striscia di terra dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori. Il dottor Abdel mi ha riferito che all'ospedale Al Shifa non hanno la competenza militare e medica, per comprendere se alcune ferite di cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli portati all'ospedale nelle ultime ore. Mi ha spiegato di traumi al cranio, con fratture a vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso nasale e osso palatino che indicherebbero l'impatto di una forza immensa con il volto della vittima. Quello che a detta sua è totalmente inspiegabile, è la totale assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità dovrebbero rimanere al loro posto, almeno in tracce, all'interno del cranio. Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner. Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua ai suoi bombardamenti di 3 ore quotidiane, dalle 13 alle 16. Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione di Gaza con la stessa attendibilità dei leaders di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza ha individuato un nutrito gruppo di guerriglieri della resistenza palestinese muoversi compatto intorno a Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3 soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti. Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l'attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia l'ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 della famiglia Abed Rabbu. Una mezz'ora prima, sempre a Jabilia, ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto attacco. Eva e Alberto, miei compagni dell'ISM, erano sull'ambulanza, e hanno videodocumentato l'accaduto, passando poi i video e le foto ai maggiori media. Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti a Gaza city. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l'ambulanza. Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 i feriti, 158 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4.
Recandomi verso l'ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad un angolo di una strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite.
La metafora impazzita che fotografa l'assurdità di questi tempi e di questi luoghi.
Restiamo umani.
Vik

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giovedì 8 gennaio 2009

La guerra va mostrata fino in fondo


di Orlando Sacchelli www.ideelibere.it

Se chiedete a una persona comune, un normale cittadino israeliano, cosa desideri di più in questo momento vi risponderà "la pace". Se fate la medesima domanda a un palestinese della Striscia di Gaza vi risponderà la stessa cosa. Da una parte e dall'altra della barricata i sogni sono gli stessi. Dunque, dove sta il problema? La risposta è semplice: nell'odio, ormai stratificato da decenni. La fazione palestinese più integralista, quella di Hamas - sostenuta dall'Iran [e non solo] - nega il diritto di Israele di esistere. Gerusalemme, da parte sua, oscilla costantemente tra slanci di moderato pacifismo e l'esigenza istintiva di difendersi. Difficile, molto difficile, far ripartire il dialogo. Eppure è doveroso ridare slancio ai progetti di pace. L'Onu ha dimostrato la propria incapacità di agire, bloccata dai veti contrapposti e da inadeguatezza strutturale. Le risoluzioni non hanno alcun potere se non supportate dall'azione politica. La palla passa alla diplomazia dei singoli Stati. Di fronte al nanismo dell'Europa non ci resta che sperare in Obama. Riuscirà il nuovo presidente degli Stati Uniti a imporre la propria strategia in Medio Oriente? Oppure dovrà accontentarsi di vivacchiare facendo finta che il problema non esista per non turbare un prezioso alleato - molto influente, come lobby, negli Usa - in un'area strategica d'importanza assoluta? Tra poco sapremo... Di certo se a decidere fosse il popolo, e non i politici che pianificano le opzioni militari con l'occhio alle scadenze elettorali, a quest'ora forse non assisteremmo all'ennesima guerra che il mondo osserva con impotenza e inerzia.

In un articolo su il Giornale Cristiano Gatti ha scritto che le foto dei piccoli corpi straziati, a Gaza, inondano i media ma servono anche, in realtà, alla propaganda di una parte sola. Il teorema che Hamas vorrebbe far passare è questo: i palestinesi vengono massacrati, bambini compresi; gli israeliani uccidono tutti senza pietà. Ovvio fare uno più uno e stabilire, così, chi siano i buoni e chi i cattivi. Sono d'accordo sul fatto che i morti - specie se bambini - non vadano strumentalizzati, né tantomeno le immagini delle vittime. Ma non riesco a immaginare l'utilità di un'informazione che, per non fare torti, eviti di pubblicare queste foto. La guerra va fatta vedere per intero, in tutta la sua drammaticità. Basta con le solite immagini preconfezionate che mostrano i "bombardamenti chirurgici" con la ripresa dall'alto di un edificio, al centro di un mirino elettronico e, dopo pochi secondi, l'esplosione del bersaglio centrato da un missile. Il messaggio che viene fatto passare [già dalla prima guerra del Golfo] è questo: bombardamento chirurgico uguale guerra "sicura". I civili non muoiono, vengono colpiti solo gli obiettivi militari. La realtà purtroppo è ben diversa. Da una parte e dall'altra. Ma perché i giornali dovrebbero mostrare solo questa fuffa? Perché non far vedere, invece, tutto ciò che è possibile mostrare al pubblico? Gatti nel suo articolo denuncia anche il "blocco" a giornalisti e fotoreporter che Hamas [ma anche e soprattutto Israele, ndr] impone sulla Striscia di Gaza. Questo in effetti è vergognoso. Giornalisti e fotografi dovrebbero avere massima libertà. Il problema però non è affatto nuovo. Forse gli israeliani che bombardano o compiono dei rastrellamenti con le truppe di terra si fanno fotografare liberamente in ogni momento? Gli americani per la seconda guerra del Golfo non avevano coniato la figura del giornalista "embedded" proprio per tagliare la testa al toro? Non si vorrà mica dire che il giornalista "embedded" facesse liberamente il proprio lavoro... Sono, questi, i soliti problemi dell'informazione in tempo di guerra. Problemi vecchi quanto il giornalismo. Nell'era globale dell'informazione, nell'era di internet, dei blog e delle news in tempo reale è giusto attendersi qualcosa di più. Se non dai giornalisti almeno dalle persone comuni che, con un semplice cellulare e un pc possono mettere in rete - a disposizione del mondo intero - ciò che accade veramente. In Birmania qualche sprazzo di verità c'è stato proprio grazie alle foto uscite dalle maglie della censura di regime. Lo stesso deve e può accadere a Gaza e in ogni guerra del mondo. E' l'unico modo per superare le strumentalizzazioni.


Orlando Sacchelli

www.ideelibere.it

La Nakba del 2009


Free Gaza Movement, 07 gennaio 2009

di Vittorio Arrigoni http://guerrillaradio.iobloggo.com

Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c'erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite.
Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabilia, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza, ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.
Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l'ospedale di Al Auda di Jabilia ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell'ISM, una bomba è caduta sull'ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con Abu Mohammed, comunista, davanti ad un caffè ascoltavo le eroiche gesta dei leaders del Fronte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al Sadat. Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse la Palestina e della sua immensa tragedia mi erano state impartite dai miei genitori, comunisti convinti. Da mia madre "raissa", sindaco di un paese nel nord Italia. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani veramente rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma, nello stesso ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta. Verso mezzanotte ho ricevuto un'altra chiamata, questa volta da Eva, l'edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi: è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporters, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obiettivi "strategici" attorno a quel palazzo, né resistenza che combatte l'avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagini dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing dei colonnelli israeliani, con rinfresco offerto per i giornalisti prezzolati. Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabalia, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa, collegato durante un microfono aperto di una nota emittente radiofonica milanese, una "pacifista" israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le armi a loro disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche, che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, terminino l'inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all'inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati. Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Nakba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di Stati e governi che si definiscono democratici, c'è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Nakba, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese. Fino a qualche istante fa, si contavano 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l'esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in un posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi, l'ultima, quella di Al Fakhura, a Jabilia, è stata centrata in pieno. Più di 50 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell'ONU. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c'è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell' Onu riuscirà questa volta a pronunciare un'unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono state prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l'alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci. Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo. Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l'ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza, ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest'ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L'ho ringraziato per la sua offerta, da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora di italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l'olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato.
Restiamo umani.
Vik
websites della missione: http://www.freegaza.org/ e http://www.palsolidarity.org/
contatto: guerrillaingaza@gmail.com
telefono (no sms) 059 8378945

mercoledì 7 gennaio 2009

Dottori con le ali: Arafa Abed Al Dayem R.I.P.

Prosegue la scelta di non pubblicare le immagini dei corpi straziati da questa guerra...
Le trovate, se volete, sul blog di Vittorio... e un po' ovunque, sulla rete... Non qui...
Qui proviamo ad affidare alle parole quello che appartiene al buon senso e alla ragione...
Questo blog sta con Israele, quello vero. E con i palestinesi.
Questo blog crede nella forza delle idee e in un futuro di pace condivisa e costruita.
Senza la demagogia dei pacifisti e dei pacifondai, senza le menzogne dei guerrafondai, senza le omissioni dell'informazione che a volte nasconde la verità.
Alfio Maria Fiamingo

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06 gennaio 2009


articolo per Il Manifesto

"All'innocente gente di Gaza, la nostra guerra non è una guerra contro di voi ma contro Hamas, se non la smettono di lanciare razzi voi vi troverete in pericolo". E' la trascrizione di una registrazione che è possibile ascoltare rispondendo al telefono in queste ore a Gaza. L'esercito israeliano la sta diffondendo illudendosi che i palestinesi non abbiano occhi e orecchi. Occhi per vedere che le bombe colpiscono quasi esclusivamente obiettivi civili, come moschee (15, l'ultima quella di Omar Bin Abd Al Azeez di Beit Hanoun), scuole, università, mercati, ospedali. Orecchie per non udire le urla di dolore e terrore dei bambini, vittime innocenti eppure predestinate di ogni bombardamento. Secondo fonti ospedaliere, nel momento in cui sto scrivendo sono 120 i minori rimasti sotto le bombe, 548 i morti totali, più di 2700 i feriti, decine e decine i dispersi. Due giorni fa all'ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabalia, la notte non è mai calata. Dal cielo elicotteri Apache hanno lanciato ordigni luminescenti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra alba e tramonto. Il cannoneggiare ripetuto di un carro armato posto a meno di un chilometro dall'ospedale ha crepato seriamente le mura dell'edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10 circa, bombe sul campo incolto adiacente all'edificio, fuoco di mitragliatrice tutt'attorno, per i dottori della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell'esercito diretto a noi, evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre infrastrutture ospedaliere, e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada Al Nady, il personale medico se ne sta seduto sui marciapiedi in attesa di chiamate, che si susseguono febbrilmente. Per la prima volta dall'attacco israeliano, ho visto negli ospedali alcuni cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero infinitamente piccolo, proporzionato alle centinaia di vittime civili, che dopo l'invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l'attacco alla moschea di Jabalia, coinciso con l'entrata dei carri armarti, che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva degli obici sparati dai tanks israeliani, come se di distruzione nei giorni precedenti se ne sentiva l'assenza. A Bet Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna, è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Successivamente verso le 3 e mezza del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d'emergenza, troppo tardi, dinnanzi all'uscio di un'abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida. Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall'aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio, dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni.
I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno ben oltre i confini dell'immaginabile.
I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale.
Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarci, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un'ambulanza della croce rossa, e del coordinamento di questi ultimi coi vertici militari israeliani, prima di correre a cercare di salvare vite. Provate a immaginare quanto tempo necessiterebbe una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la Croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata. Ci tocca allora stazionare in una zona "protetta", eufemismo qui a Gaza, ed attendere i parenti che ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla. Così è andata verso le o5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l'ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l'area per andare a rispondere ad un'altra chiamata, abbiamo visto girare l'angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti. La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra. Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si battagliano su di un fronte, è un trovarsi sotto assedio da un'aviazione, una marina, ed ora pure una fanteria fra le più potenti del mondo, sicuramente la più avanzata in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che ha attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e c'è una resistenza malearmata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio. Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite dondolavano sul viso come quelli al termine dei peduncoli dei granchi, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare quel che il frutto del suo amore aveva saputo generare, e l'odio anonimo di un soldato, obbedendo ferramente a dei sadici ordini aveva per sempre distrutto.
Devo denunciare un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto. L'esercito Israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l'infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, lascia 4 figli. Verso le 8.30 di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati da una mitragliatrice di un carro armato, una delle nostre ambulanze delle mezza luna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere e hanno caricato i due feriti sull'ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l'ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un obice sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti, e ha ucciso anche il nostro amico, Nader, l'infermiere che lo accompagnava, se l'è cavata, ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora. Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c'era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia, nessuno se l'era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli convinto che oltre la sua famiglia c'erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere.
Ci mancano le sue burle, il suo irresistibile e contagioso sense of humour che rallegrava l'intero ospedale Al Auda di Jabalia anche nelle sue ore più cupe e drammatiche, quando sono più i morti e i feriti che confluiscono, e ci si sente quasi colpevoli, inutili per non aver potuto fare qualcosa per salvarli, schiacciati come siamo da una forza micidiale inesorabile, la macchina di morte dell'esercito israeliano. Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che se avessi mai un giorno una mia progenia, non avrò mai il coraggio di tramandare. C'è qualcuno laffuori? La desolazione del sentirsi isolati nell'abbandono è pari alla veduta di un quartiere di Gaza dopo un'abbondante campagna di raid aerei. Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta, ho passato a mia volta il cellulare agli eroici dottori e infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visti rincuorarsi per un breve attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere, ma le manifestazioni non sono ancora abbastanza partecipate per esercitare quella pressione necessaria affinché i governi occidentali costringano Israele in un angolo, ad assumersi le sue responsabilità come criminale di guerra e contro l'umanità.
Moltissime le donne gravide terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri.
Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei a bordo verso l'ospedale di Auda e lasciandoci dietro negli specchietti retrovisori lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in procinto di fiorire potesse essere il beneaugurio per un futuro di pace e speranza. L'illusione si è dissolta col primo razzo che è crollato a fianco della nostra ambulanza tornando da Auda al centro di Jabalia. Queste madri coraggio mettono tristemente al mondo creature le quali assorbono come prima luce nei loro occhi, nient'altro oltre il verde militare dei tanks e delle jeeps e i lampi intermittenti che precedono le esplosioni. Quali prospettive di vita attendono bimbi che fin dal primo istante della loro nascita avvertono sofferenza e urla di disgrazia?

Restiamo umani

Vik

Vittorio Arrigoni


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