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venerdì 30 gennaio 2009

Venti di protezionismo

di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 gennaio 2009
Si rafforza di giorno in giorno il sospetto, e con esso la preoccupazione, che, con il procedere della crisi economica e con l'aumento della disoccupazione, gli stati nazionali possano predisporre piani di sostegno della produzione, non solo intervenendo direttamente nell'economia reale, ma anche ricorrendo a sistemi più o meno espliciti di protezionismo. È allarmante a questo proposito la mancanza di un piano internazionale concordato, in particolare in Europa. Anche negli Stati Uniti si avverte che le spinte protezionistiche possono prevalere con i provvedimenti del nuovo Presidente a favore delle industrie automobilistiche.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy, dal canto suo, ha invitato gli imprenditori a «non smarrire il filo del dialogo sociale» e, come contropartita delle misure di sostegno pubblico all'economia, ha posto l'impegno per gli imprenditori francesi a non delocalizzare all'estero. Tale appello è stato rivolto soprattutto alle case automobilistiche, per le quali sono state previste misure di sostegno alle due principali case costruttrici, Renault e Psa, sotto forma di un prestito in due rate a un tasso dell'8%. Nelle intenzioni di Sarkozy vi è l'intento di sostenere l'industria automobilistica francese, affinché non sia svantaggiata rispetto ai concorrenti, soprattutto americani, che hanno già usufruito e usufruiranno di ulteriori sostegni pubblici.


Da anni prosegue una tradizionale guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea per alcuni prodotti agricoli (formaggi francesi, pomodoro italiano ecc.) e dell'allevamento (le carni americane sospettate di contenere ormoni non conformi alle normative europee) a dispetto di ogni regola del Wto. In questi giorni di gennaio è stata introdotta negli Usa una tassa sulle acque minerali italiane, che in America appartengono alla categoria dei prodotti di lusso e di nicchia. L'imposta produrrà immancabilmente il raddoppio del prezzo per il consumatore americano. Ulteriori provvedimenti tributari si attendono sui prodotti dell'industria dell'acciaieria europea, ad opera sempre degli Stati Uniti. Riguardo all'insieme di questi provvedimenti, il sottosegretario al commercio estero Adolfo Urso ha ottenuto il mandato dall'Unione europea di ricorrere in sede Wto.
A queste iniziative, che appartengono alla più tradizionale politica protezionistica, si aggiunge un nuovo evento che può essere interpretato come un segnale di un imminente ricorso a ulteriori protezioni. Il nuovo ministro del tesoro americano Tim Geithner ha sostenuto a chiare note che il governo cinese sia colpevole di «manipolazione del cambio» della moneta nazionale, tenendolo basso per favorire le esportazioni e incamerare così valuta estera. Il flusso delle esportazioni cinesi, favorito dalla politica del cambio della valuta nazionale, ha generato un surplus di bilancia commerciale e quindi un afflusso di riserve valutarie che sono state investite in gran misura in questi anni nel debito pubblico americano. Gli avanzi di partite correnti riguardano anche altri Paesi, in particolare Russia e Arabia Saudita, che come il Paese asiatico finanziano con le loro riserve valutarie il debito pubblico americano.

Vale la pena considerare che dalla fine di Bretton Woods, nell'agosto del 1971, sono stati soprattutto gli Stati Uniti in più occasioni a lasciare che il dollaro si deprezzasse a causa della crescita del disavanzo pubblico. Nel contempo il deprezzamento facilitava le esportazioni. Dopo la pausa dell'amministrazione Reagan, il dollaro ha ripreso a deprezzarsi. In particolare, dal 2002 il deprezzamento si è accentuato, specie nei confronti dell'euro, e non ha sortito effetti positivi sul saldo delle partite correnti degli Usa, andate via via seriamente peggiorando, invece che migliorare, fatta eccezione per questi ultimi 2 mesi del 2008. Ciò non toglie che il peggioramento del disavanzo commerciale statunitense sia da ascrivere a una serie di cause endogene ed esogene al sistema economico statunitense. Tra le cause esogene si può considerare la concorrenza internazionale dei Paesi emergenti e dei loro prodotti a basso costo, spesso realizzati in regime di dumping, favoriti anche dal basso valore del cambio della moneta nazionale, specialmente di quella cinese.
È quindi presumibile pensare che la presa di posizione del ministro americano abbia lo scopo di richiedere senza ulteriori indugi un intervento del governo cinese per apprezzare o rivalutare adeguatamente il valore del renminbi (la moneta cinese), evitando, si spera, di creare una tensione nei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Un adeguato apprezzamento della valuta cinese è chiesto anche dall'Europa, invasa da prodotti cinesi di bassa qualità e venduti in gran parte in dumping. In una fase come quella odierna di crisi economica e finanziaria profonda, l'apprezzamento potrebbe evitare ritorsioni protezionistiche.

Di una simile politica ne farebbero le spese in un primo tempo il gran numero di aziende americane che hanno delocalizzato la loro produzione nel paese orientale. Un eventuale atteggiamento protezionistico americano nei confronti della Cina lederebbe soprattutto gli interessi delle stesse aziende statunitensi, almeno per il periodo necessario al loro ricollocamento in altri paesi o al loro rientro in patria.
Se ciò avvenisse, con buona probabilità il deflusso degli investimenti stranieri in Cina, fenomeno che già in parte è cominciato a causa del rallentamento della domanda internazionale, comporterebbe una ulteriore contrazione della produzione interna e quindi contribuirebbe ad aumentare la disoccupazione cinese. Le industrie americane però, tornando in patria, concorrerebbero a risollevare le sorti dell'economia nazionale, aumentando investimenti e occupazione.

Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 gennaio 2009

lunedì 12 gennaio 2009

Crisi economica, protezionismo e conflitti


di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009

Durante gli anni Trenta, l'ostinata convinzione che le libere forze di mercato avrebbero aggiustato da sole gli effetti negativi prodotti dalla crisi di borsa del 1929-32 e che si potesse intraprendere rapidamente per tale via il sentiero virtuoso della ripresa economica portò all'immobilismo dei governi, mentre il libero mercato si avvitava su sé stesso, alimentando la depressione e la disoccupazione. Al presidente americano Hoover, del Partito Repubblicano, successe il democratico Roosevelt con le elezioni del novembre del 1932, e con lui prese il via, tra grandi difficoltà, nel 1933, il noto «new deal». Nel 1934 fu necessario svalutare del 40,9% il dollaro, conseguentemente alla fissazione del prezzo dell'oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino, come riportato dal professor Angiolo Forzoni nel suo recente articolo comparso su Finanza Italiana. Le riserve delle banche furono allora ricostituite in modo che gli istituti bancari potessero riprendere a erogare il credito commerciale, mentre il credito industriale e di lungo periodo era amministrato da istituti pubblici.
Nel 1934 i valori della borsa di Chicago erano scesi al livello del 1924, anno in cui era iniziata la bolla speculativa, scoppiata nell'ottobre del 1929. L'opposizione alla politica di intervento statale portò, nel 1936, al giudizio di incostituzionalità del National Industrial Recovery Act e dell'Agricolture Adjustment Act espresso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti; questo comportò un calo degli indici di borsa fino alla fine del 1937. Anche nel resto del mondo i vari governi operarono per combattere la crisi. In particolare, in Europa alcuni paesi, e in primo luogo la Germania nazista, riattivarono l'economia con gli interventi all'industria pesante necessaria agli armamenti. Il mondo assistette - ricorda Forzoni - alla prima guerra italiana in Etiopia, già scoppiata nell'ottobre del 1935, con le note sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, cui seguì la guerra civile in Spagna, la guerra cino-giapponese e l'aggressione tedesca alla Polonia, il 1° settembre 1939, che segnò anche l'inizio della seconda guerra mondiale. Dal 1936 al 1941 la borsa americana tese verso i valori del 1933-34.

Oggi la storia sembrerebbe ripetersi, almeno per quanto riguarda le quotazioni di borsa. Speriamo che non si ripeta circa la durata della depressione e circa lo sbocco degli interventi pubblici. L'andamento odierno della borsa valori mondiale segue lo stesso andamento della borsa americana degli anni Trenta, fatte le debite distinzioni in termini di indici e di limiti geografici. È curioso constatare come le bolle speculative tendano a scoppiare in autunno. Così accadde nel '29. Altrettanto è successo con lo scoppio dell'ultima bolla speculativa, causa dell'attuale crisi finanziaria, che per vastità non ha eguali nella storia economica. Per contrastare gli effetti negativi sull'economia reale che hanno già portato alla recessione planetaria, i governi si sono mossi, sia pure in modo non coordinato a livello internazionale, per salvare le banche e le assicurazioni tramite massicci interventi pubblici. Forzoni dice che la politica ha preso in mano il timone togliendolo ai finanzieri. Ma tutti i settori produttivi hanno subìto ingenti perdite in termini di capitalizzazione di borsa, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sono stati pertanto necessari vasti interventi pubblici, che per ora hanno interessato i colossi statunitensi e giapponesi dell'automobile. Con buona probabilità, toccherà a breve anche ad altre classi di industria, per finire alla moda, al turismo, all'agricoltura e al settore alimentare. Altrettanto occorrerà fare per l'edilizia residenziale, con il suo crescente invenduto, la cui recessione rischia di comportare il fallimento di molte piccole imprese e la crisi del suo indotto. Se poi gli interventi saranno, come sembra, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, sarà difficile limitare la durata della depressione a pochi mesi, evitando così la disoccupazione di milioni e milioni di lavoratori. Senza un piano programmatico internazionale - giova ripetere - il mondo corre molti rischi. Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell'industria non si rivelino una forma di «protezionismo non tariffario», ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell'imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione. Non è quindi peregrina la possibilità che si inneschi, per tale via, una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, che non ha mai sortito effetti positivi nella storia. Il più delle volte, anzi, le «guerre commerciali» sfociano in eventi bellici veri e propri. I primi effetti della tendenza al protezionismo si sono già manifestati riguardo alcuni prodotti cinesi che, realizzati in regime di dumping, sono stati ritenuti, almeno con riferimento a quelli alimentari, pericolosi per il consumatore europeo.
Ora preme combattere la recessione per non cadere in una lunga depressione e nel contempo occorre evitare che gli Stati diventino azionisti di imprese insolventi e pagate per buone, come spesso è accaduto in passato in Italia e altrove. Data la profondità e l'ampiezza della crisi, oltre agli aiuti pubblici, sarà necessario intervenire, come già ha annunciato Barack Obama, con l'abbassamento, sia pure graduale, della pressione fiscale in modo generalizzato, in tutti i paesi dell'aera dell'euro.


L'intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l'effetto di rimettere in moto la domanda da cui dipende l'andamento dell'offerta di beni e servizi. Lavoratori e imprese potrebbero avere, tramite la riduzione della pressione fiscale, maggiore potere d'acquisto immediatamente spendibile. In Europa si è evitato di detassare le tredicesime, perché sembrava più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
Il mondo corre un altro rischio: quello dell'inflazione planetaria se occorrerà stampare moneta per salvare, senza risanamento, imprese sull'orlo del fallimento e senza produrre reddito sufficiente ad ammortizzare la quantità aggiuntiva di moneta. A questo proposito, la leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito. In Italia, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, come più volte si è letto negli articoli di Geronimo su Il Giornale. I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste. Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale.
Anche sotto questo aspetto gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell'economia mondiale. Tutto il mondo, anche la Cina, l'India, il Brasile e la stessa Russia, è nelle mani dei paesi ricchi. Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli. È nell'interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale, che sarebbe bene fondare su un sistema di cambi valutari fissi. Occorre evitare di cadere nel disordine valutario come accadde negli anni Trenta. La caduta della sterlina è un segnale allarmante. In soli due mesi la valuta britannica ha subìto una perdita netta di circa il 30% del suo valore.

Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009
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