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venerdì 23 gennaio 2009

Non tutte le crisi vengono per nuocere


di Gabriele Cazzulini pubblicato su www.ragionpolitica.it

Le crisi economiche non sono mai raffreddori di stagione. I loro danni non colpiscono soltanto il portafogli, perché si abbattono sugli animi spargendo disperazione personale e sfiducia pubblica. La paura diventa così la reazione più naturale che l'istinto di sopravvivenza scatena come difesa di fronte ad una minaccia così drammatica. Ma in situazioni estreme si temprano gli animi spolverando gli strati superflui. Quello che può apparire un anti-conformistico ottimismo, che stona con i musi lunghi fissati davanti agli indici di borsa, è una presa di coscienza della realtà. Nei contesti più seri, come quello americano, si passa qualche anno stringendo la cinghia, magari conservando in un luogo protetto la carta di credito. Poi si riparte, strisciata dopo strisciata, a usare con gioia il credito facile. E' detta in maniera un po' rozza, ma gli americani vivono con questo stile.
Invece noi europei reagiamo in due tempi. Subito prevale l'attacco al vetriolo contro l'America e il suo perfido capitalismo che sfrutta il mondo intero per consentire agli americani di comprare case con mutui allegri. Poi arriva il secondo tempo. E' il momento in cui si scopre che anche le solidissime casseforti europee sono tarlate e iniziano a scricchiolare sopra alla testa dei politici. Quindi scatta la metafisica, con sbandamenti nella filosofia morale, nella scienza politica, nel diritto e in ogni altra branca del sapere. Si tengono comizi improvvisati sui rapporti tra Stato e mercato, per maledire il libero mercato e osannare lo Stato. I banchieri diventano attori dell'assurdo che recitano la parte insostenibile di chi vuole rassicurare con un naso lungo come quello di Pinocchio. E poi i giornali che surriscaldano gli animi dei lettori senza aiutare a capire - bisogna vendere. Infine il popolino che, infatti, più passa il tempo e meno ci capisce e, per una volta tanto, non sarà il primo a pagare il conto.
Il destino adora l'ironia. Se la trattativa su Alitalia fosse arrivata in questo tempo, oppure la crisi avesse anticipato il suo sfogo, avrei voluto vedere negli occhi le facce di quel personale di Alitalia che si esibiva nei sit-in e nelle proteste per difendere la quindicesima. Sarebbe stato uno spettacolo grottesco e irreale, ma forse ci avrebbe risparmiato di assistere a quelle misere esibizioni del sindacalismo scaduto. Se questa crisi fosse arrivata prima, anche Prodi sarebbe caduto prima. Il rumore sulla riforma della giustizia nella scorsa estate si sarebbe zittito; così come Calciopoli, lo scandalo di Sircana e di Corona, e tante altre quisquiglie gonfiate ad arte per intrattenere le famiglie davanti al televisore.
Le crisi fanno scoprire la fragilità di queste realtà granulose, spazzate via al primo alito di vento.
Una certa Italia ha moltissimo da imparare. Gli interessi delle corporazioni, del sottobosco politico, dei salotti chiusi dell'alta finanza, dei giochi di potere per fare la fortuna di qualche speculatore che per un giorno s'illude, e illude, di essere un capitano d'industria, come quei furbetti romani. In questi momenti così critici si scopre che, a differenza della propaganda ideologica dominante, la storia non è una palla in mano a fanciulli. La forza dell'Italia oggi è la forza del suo governo e prima ancora la forza di un governo stabile mai come prima. Per noi è fantascienza, mentre fuori dai confini è la normalità. Cari indici di borsa, potete farci venire il cardiopalma, ma mai scalfire la solidità di una politica uscita dallo stato di minorità in cui giaceva sotto alla bandiera rossa. Tante cose cambieranno. Ma non tutte. Nemmeno con questa crisi la sinistra desiste dal suo ringhio contro Berlusconi. Come dice la pubblicità di una nota carta di credito, guarda caso, ci sono cose che non si possono comprare - ma neppure cambiare.

Gabriele Cazzulini

pubblicato su www.ragionpolitica.it

La forza del sistema Italia


di Aurora Franceschelli pubblicato su www.ragionpolitica.it

Se da una parte, in questo momento, si tendono ad enfatizzare gli effetti immediatamente tangibili determinati dalla crisi finanziaria, dall'altra occorrerebbe sottolineare come vi sia anche un aspetto, il fallimento dell'attuale modello di sviluppo americano, non immediatamente quantificabile. Quest'ultimo aspetto, potenzialmente pericoloso, potrebbe gravare sul Sistema statunitense inficiandone il suo prestigioso brand. In sostanza, su chi sarà chiamato a guidare per i prossimi quattro anni il Paese a stelle e strisce graverà un compito non indifferente: risollevare l'attrattiva del brand America sarà una precondizione per poter rilanciare l'intero sistema.
Mentre il crack di Wall Street sta determinando un'inevitabile politica di interventismo globalizzato da parte dei singoli governi, volto a evitare che l'implosione del sistema finanziario si scateni sul terreno dell'economia reale, in Italia, se da una parte si respira l'aria della crisi mondiale e tira aria di recessione, dall'altra vi è la consapevolezza che il nostro sistema macroeconomico, seppur in difficoltà per una crescita quasi a zero, non sia fondato su una ricchezza virtuale, ma reale.
Certo, i dati di Bankitalia confermano, come era facile attendersi in questo periodo, un trend negativo, secondo il quale la crescita ristagna, la produzione industriale è prevista in frenata e i consumi delle famiglie si starebbero contraendo. In sostanza qui da noi, a differenza di altro Paesi Ue, nei momenti difficili le famiglie tendono, più che ad indebitarsi, ad aumentare le quote di risparmio, e questo approccio parsimonioso, ovviamente, va a scapito dei consumi.
Se da una parte non si può negare che l'Italia versi in condizioni di difficoltà a causa di un debito pubblico molto elevato e ad una crescita inferiore rispetto a quella manifestata da altri Paesi, dall'altra bisogna riconoscere che nel Belpaese, a differenza di altre realtà statuali, la portata dei debiti del settore finanziario, delle famiglie e delle imprese - complice un sistema di regolamentazione bancaria più rigido - è nettamente inferiore.
Questo aspetto è immediatamente evidente se osserviamo, ad esempio, la situazione che si registra attorno alla sottoscrizione dei mutui: mentre in Italia i prestiti totali concessi dalle banche per questo tipo di finanziamento sono quantificabili con una cifra che si attesta attorno al 30% del Pil, altrove che accade? Negli Stati Uniti, così come in Gran Bretagna e Danimarca, questa cifra supera il 100% del Pil; in Spagna, toccata anch'essa dalla bolla immobiliare, in Irlanda e Olanda supera l'80%.
Le nostre imprese, inoltre, sono meno indebitate rispetto a quelle di quei Paesi che, per crescere, si sono affidati alla somministrazione delle «droghe» intossicanti della tecno finanza, le quali poi hanno finito per sovradimensionare uno sviluppo che in realtà si è rivelato virtuale. In sostanza è accaduto che la finanza speculativa abbia finito per «arrugginire» gli ingranaggi che facevano funzionare il meccanismo di creazione della ricchezza.
Il paradosso che caratterizza il caso italiano sta nel fatto che, se fino ad ora il nostro sistema Paese era oggetto di critiche accese contro la presunta debolezza di un tessuto produttivo troppo parcellizzato e improntato soprattutto al manifatturiero, ora, con questa crisi in atto (che riabilita tutto ciò che è sinonimo di ricchezza tangibile), la situazione si è ribaltata. Le nostre imprese stanno dimostrando, e lo confermano i dati, di essere vitali e competitive proprio perché hanno saputo rinnovarsi: tra il 2005 e il 2007, infatti, investendo sulla qualità, hanno accresciuto del 20% le loro quote di export, battendo la concorrenza di Spagna e Francia. L'Italia, inoltre, si sta rivelando molto competitiva verso mercati emergenti quali la Cina, dove ha superato la quota di esportazioni della Gran Bretagna, e l'India, verso la quale esportiamo più della Francia e siamo secondi solo alla Germania. In Russia, ad esempio, superiamo addirittura le esportazioni di Francia e Gran Bretagna messe assieme.

Il Governo, inoltre, si sta adoperando affinchè il nostro tessuto produttivo non venga intaccato dai «fondi sovrani». Sarebbero soprattutto i Paesi produttori di petrolio, proprietari di tali fondi, che sarebbero pronti ad intervenire nel mercato italiano, attraverso Opa ostili, proprio alla luce del fatto che, in questo momento, vi sono aziende nostrane la cui quotazione non corrispone al reale valore di mercato. Ecco perchè il nostro Esecutivo, con lungimiranza, sta predisponendo delle misure di legge che consentano a tali aziende di difendersi. Molto probabilmente, come ha annunciato Tremonti, lo «scudo» per le società italiane sarà varato al più presto con un emendamento che verrà inserito in un decreto già varato.
Ecco che, in un contesto nel quale, per forza di cose, anche la nostra economia sarà intaccata dai rigurgiti della crisi mondiale, lo scenario, per il nostro Paese, sembra essere un po' meno fosco: la luce, così come la nostra storia ci insegna, potrebbe essere rappresentata, sempre e comunque, dai valori che intrinsecamente appartengono alla cultura e alla tradizione italiana: la creatività, la cura dei particolari, la qualità e lo stile Made in Italy potrebbero essere, così come è sempre accaduto nei momenti difficili, il volano per una ripartenza decisa del nostro sistema produttivo. Un sistema che, se sino ad ora ha mostrato segni di difficoltà, ora, in un contesto globale dove lo sviluppo sfrenato di molti Paesi si è rivelato una bolla, potrebbe riconquistare il posto che merita.
Aurora Franceschelli
pubblicato su www.ragionpolitica.it

lunedì 12 gennaio 2009

Crisi economica, protezionismo e conflitti


di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009

Durante gli anni Trenta, l'ostinata convinzione che le libere forze di mercato avrebbero aggiustato da sole gli effetti negativi prodotti dalla crisi di borsa del 1929-32 e che si potesse intraprendere rapidamente per tale via il sentiero virtuoso della ripresa economica portò all'immobilismo dei governi, mentre il libero mercato si avvitava su sé stesso, alimentando la depressione e la disoccupazione. Al presidente americano Hoover, del Partito Repubblicano, successe il democratico Roosevelt con le elezioni del novembre del 1932, e con lui prese il via, tra grandi difficoltà, nel 1933, il noto «new deal». Nel 1934 fu necessario svalutare del 40,9% il dollaro, conseguentemente alla fissazione del prezzo dell'oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino, come riportato dal professor Angiolo Forzoni nel suo recente articolo comparso su Finanza Italiana. Le riserve delle banche furono allora ricostituite in modo che gli istituti bancari potessero riprendere a erogare il credito commerciale, mentre il credito industriale e di lungo periodo era amministrato da istituti pubblici.
Nel 1934 i valori della borsa di Chicago erano scesi al livello del 1924, anno in cui era iniziata la bolla speculativa, scoppiata nell'ottobre del 1929. L'opposizione alla politica di intervento statale portò, nel 1936, al giudizio di incostituzionalità del National Industrial Recovery Act e dell'Agricolture Adjustment Act espresso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti; questo comportò un calo degli indici di borsa fino alla fine del 1937. Anche nel resto del mondo i vari governi operarono per combattere la crisi. In particolare, in Europa alcuni paesi, e in primo luogo la Germania nazista, riattivarono l'economia con gli interventi all'industria pesante necessaria agli armamenti. Il mondo assistette - ricorda Forzoni - alla prima guerra italiana in Etiopia, già scoppiata nell'ottobre del 1935, con le note sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, cui seguì la guerra civile in Spagna, la guerra cino-giapponese e l'aggressione tedesca alla Polonia, il 1° settembre 1939, che segnò anche l'inizio della seconda guerra mondiale. Dal 1936 al 1941 la borsa americana tese verso i valori del 1933-34.

Oggi la storia sembrerebbe ripetersi, almeno per quanto riguarda le quotazioni di borsa. Speriamo che non si ripeta circa la durata della depressione e circa lo sbocco degli interventi pubblici. L'andamento odierno della borsa valori mondiale segue lo stesso andamento della borsa americana degli anni Trenta, fatte le debite distinzioni in termini di indici e di limiti geografici. È curioso constatare come le bolle speculative tendano a scoppiare in autunno. Così accadde nel '29. Altrettanto è successo con lo scoppio dell'ultima bolla speculativa, causa dell'attuale crisi finanziaria, che per vastità non ha eguali nella storia economica. Per contrastare gli effetti negativi sull'economia reale che hanno già portato alla recessione planetaria, i governi si sono mossi, sia pure in modo non coordinato a livello internazionale, per salvare le banche e le assicurazioni tramite massicci interventi pubblici. Forzoni dice che la politica ha preso in mano il timone togliendolo ai finanzieri. Ma tutti i settori produttivi hanno subìto ingenti perdite in termini di capitalizzazione di borsa, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sono stati pertanto necessari vasti interventi pubblici, che per ora hanno interessato i colossi statunitensi e giapponesi dell'automobile. Con buona probabilità, toccherà a breve anche ad altre classi di industria, per finire alla moda, al turismo, all'agricoltura e al settore alimentare. Altrettanto occorrerà fare per l'edilizia residenziale, con il suo crescente invenduto, la cui recessione rischia di comportare il fallimento di molte piccole imprese e la crisi del suo indotto. Se poi gli interventi saranno, come sembra, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, sarà difficile limitare la durata della depressione a pochi mesi, evitando così la disoccupazione di milioni e milioni di lavoratori. Senza un piano programmatico internazionale - giova ripetere - il mondo corre molti rischi. Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell'industria non si rivelino una forma di «protezionismo non tariffario», ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell'imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione. Non è quindi peregrina la possibilità che si inneschi, per tale via, una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, che non ha mai sortito effetti positivi nella storia. Il più delle volte, anzi, le «guerre commerciali» sfociano in eventi bellici veri e propri. I primi effetti della tendenza al protezionismo si sono già manifestati riguardo alcuni prodotti cinesi che, realizzati in regime di dumping, sono stati ritenuti, almeno con riferimento a quelli alimentari, pericolosi per il consumatore europeo.
Ora preme combattere la recessione per non cadere in una lunga depressione e nel contempo occorre evitare che gli Stati diventino azionisti di imprese insolventi e pagate per buone, come spesso è accaduto in passato in Italia e altrove. Data la profondità e l'ampiezza della crisi, oltre agli aiuti pubblici, sarà necessario intervenire, come già ha annunciato Barack Obama, con l'abbassamento, sia pure graduale, della pressione fiscale in modo generalizzato, in tutti i paesi dell'aera dell'euro.


L'intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l'effetto di rimettere in moto la domanda da cui dipende l'andamento dell'offerta di beni e servizi. Lavoratori e imprese potrebbero avere, tramite la riduzione della pressione fiscale, maggiore potere d'acquisto immediatamente spendibile. In Europa si è evitato di detassare le tredicesime, perché sembrava più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
Il mondo corre un altro rischio: quello dell'inflazione planetaria se occorrerà stampare moneta per salvare, senza risanamento, imprese sull'orlo del fallimento e senza produrre reddito sufficiente ad ammortizzare la quantità aggiuntiva di moneta. A questo proposito, la leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito. In Italia, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, come più volte si è letto negli articoli di Geronimo su Il Giornale. I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste. Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale.
Anche sotto questo aspetto gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell'economia mondiale. Tutto il mondo, anche la Cina, l'India, il Brasile e la stessa Russia, è nelle mani dei paesi ricchi. Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli. È nell'interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale, che sarebbe bene fondare su un sistema di cambi valutari fissi. Occorre evitare di cadere nel disordine valutario come accadde negli anni Trenta. La caduta della sterlina è un segnale allarmante. In soli due mesi la valuta britannica ha subìto una perdita netta di circa il 30% del suo valore.

Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009

giovedì 8 gennaio 2009

Il prezzo del petrolio destinato a stabilizzarsi su valori di lungo periodo

Il crollo della speculazione finanziaria e la crisi dell’economia reale hanno già sgonfiato la bolla dei prezzi petroliferi, ma quale sarà il futuro delle quotazioni del greggio?
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.finanzaitaliana.net dicembre 2008
Il piano dell’Amministrazione statunitense per salvare banche e imprese finanziarie dal tracollo dopo la nazionalizzazione di F&F, ossia le due gigantesche finanziarie, esposte per 5.200 miliardi di dollari, e del gigante dell’assicurazione Aig, giunto sull’orlo del “default”, ha aperto una nuova fase nel mondo della finanza e della banca, investito anche dal fallimento del colosso bancario-finanziario Lehman Brothers. Il piano di salvataggio imposto da altri potenti gruppi degli Stati Uniti, ma operanti in tutto il mondo, e anch’essi giunti in prossimità dello stadio finale dell’insolvenza, pare in prima analisi che miri a salvare spregiudicatamente la finanza speculativa.

In realtà, l’intervento governativo statunitense dovrà essere seguito da misure tendenti a disciplinare la Borsa valori e la Borsa merci, onde la speculazione selvaggia non abbia più lo spazio per le sue scorrerie. Sono state sospese per ora le vendite allo scoperto, fonte di speculazione sfrenata. S’impone però l’esigenza di una nuova disciplina che dovrà essere applicata anche per le contrattazioni tramite i futures, che sono operazioni di mero rischio per cifre gigantesche e che in generale riguardano le materie prime, petrolio “in primis”, nonché i principali generi alimentari, tra cui, in particolare, frumento, mais e soia.

Il nodo dei futures. Come è noto, i futures sono strumenti essenzialmente speculativi, che date le cifre in gioco influenzano e in molti casi determinano l’andamento dei prezzi. Emerge ora l’esigenza di regolamentare i futures, imponendo, ad esempio, un deposito previo nelle contrattazioni. In tal caso, le contrattazioni speculative sarebbero fortemente frenate e il petrolio cosiddetto "finanziario" non potrebbe trascinare e alla fine anche determinare il prezzo del greggio, che dovrebbe risentire soltanto del gioco della domanda e dell’offerta fisica. Dopo lo scoppio della bolla di Borsa, gonfiata a dismisura dai guru della new economy, durante il mandato Clinton, la speculazione ha attaccato il settore immobiliare, facendo crescere ogni anno i prezzi delle abitazioni vecchie e nuove. Tramite la cartolarizzazione dei titoli legati ai mutui concessi dalle banche e trasferiti ad apposite società, la bolla speculativa si è ulteriormente gonfiata in tutti i paesi e in particolare negli Usa con gli ormai tristemente famosi mutui subprime. Alla fine è stato sufficiente il pericolo incombente di un rallentamento della crescita economica dei principali paesi per far scoppiare la bolla e, come sempre accade, seminare rovine, mentre cresceva la bolla artificiosamente creata sulle materie prime, e in particolare sul petrolio ed i suoi derivati e sui prodotti alimentari di base.

Dopo lo scoppio della bolla petrolifera. Anche questa ennesima bolla non poteva non scoppiare, con la conseguenza di un vistoso calo del prezzo del petrolio, che astraendo dalle oscillazioni giornaliere è crollato dai 147 dollari dell’11 luglio scorso a circa 50 dollari in questi ultimi giorni di novembre. Il prezzo dovrà ulteriormente calare, perché la crisi finanziaria è talmente profonda da dover temere non soltanto la recessione, che è già in atto, quanto la depressione che si teme possa durare anche due anni, se si dovesse accompagnare con la deflazione, ossia con la diminuzione dei prezzi praticati dalle imprese per allocare l’invenduto. Il pericolo non è ipotetico, giacché è in atto una crisi profonda dell’industria dell’automobile e del suo indotto a livello planetario. D’altra parte, il prezzo del petrolio grezzo dovrebbe assestarsi sotto i 50 dollari al barile anche se si dovesse tenere conto della perdita di potere di acquisto del dollaro. È anche probabile che il prezzo del greggio risenta fortemente della flessione della domanda in relazione agli effetti della crisi, perché ormai è recessione ovunque e gli effetti dei provvedimenti dei vari governi, del G8, del G20 e tutti gli altri incontri annunciati non possono che mirare a impedire la depressione, accorciando i tempi della recessione.

Le reazioni della domanda. Altra considerazione da fare riguarda le reazioni in atto da parte della domanda, con la ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare, mentre a breve termine dovrebbe giocare un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati e che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del prossimo anno. In particolare, oltre alle autorizzazioni a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin dal marzo 2009 l’area brasiliana della Baia di Santos, con centomila barili al giorno e con 3,5 milioni di metri cubi di gas, in seguito allo sfruttamento di un enorme giacimento di idrocarburi di circa 8 miliardi di barili. Al largo della costa brasiliana, inoltre, sarebbero state individuate riserve di petrolio pari a oltre 24 miliardi di barili, mentre le riserve stimate ammonterebbero ad oltre 60 miliardi di barili equivalenti di petrolio. A dispetto della speculazione, il petrolio è lungi dall’essere esaurito e il prezzo del barile è destinato a riportarsi al livello di lungo periodo, una volta che gli artigli della speculazione saranno tagliati.

I tagli alla produzione:un boomerang per l’Opec. La crisi odierna è un momento importante anche per l’Opec, che dovrebbe comprendere che la politica fino ad ora condotta, che ha fatto largo ricorso ai tagli della produzione, ai quali abbiamo assistito come estremo tentativo, è una specie di suicidio annunciato, perché il petrolio caro non può non portare al potenziamento del nucleare, al ricorso, pur marginale, alle fonti alternative, allo sfruttamento dell’energia geotermica ed a politiche di risparmio energetico. Sembra che il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si sia già esposto a favore delle energie alternative e abbia manifestato l’intenzione, che sicuramente troverà una forte opposizione, di rinunciare alla costruzione di nuove centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, dando enfasi alle questioni relative alla sicurezza degli impianti e al problema dello stoccaggio delle scorie. Obama infatti, pare voglia destinare 150 miliardi di dollari in dieci anni per investimenti definiti “strategici”, per catalizzare gli interessi degli investitori privati in progetti relativi alle fonti alternative. Questa scelta, se effettivamente avrà un seguito, rappresenterebbe un passo indietro rispetto alla precedente amministrazione Bush, e rischia di perpetuare per gli Stati Uniti la situazione di pesante dipendenza energetica dai tradizionali fornitori (paesi del Medio Oriente, Messico e Venezuela). Interessanti sono, peraltro, le campagne di sensibilizzazione che la futura amministrazione Obama vuole porre in essere nei confronti delle compagnie petrolifere statunitensi che potranno fare prospezioni in cerca di petrolio e gas, in base alle licenze esistenti che, se non utilizzate, andranno perdute.

Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.finanzaitaliana.net dicembre 2008

Un anno di borsa e finanza


di Emanuela Melchiorre

pubblicato su http://www.ragionpolitica.it il 05 gennaio 2009

Il primo gennaio del 2009, se ha portato via con sé l'anno vecchio per lasciarci in compagnia del nuovo anno, non spazzerà però via anche gli effetti della crisi finanziaria che sono venuti in essere soprattutto nell'autunno scorso nelle borse valori di tutto il mondo, seguendo a ruota lo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare mondiale.
Il bilancio che è stato fatto a fine anno è negativo, su tutta la linea. Sono andati infatti in fumo 11 mila miliardi di euro di capitalizzazione in tutto il mondo nel 2008. Gli esperti, almeno quelli più ottimisti, pensano che i primi tre mesi del 2009 porteranno alcuni sviluppi positivi all'attuale situazione. Quali però essi potranno essere è di non facile previsione. I più pessimisti sostengono che occorrerà aspettare l'inizio del 2010 prima di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook di ottobre, stimava una crescita del Pil mondiale del 2,2% per il 2009. Tale stima, secondo quanto sostenuto dal Fondo stesso, subirà una revisione al ribasso nel corrente mese di gennaio. La Goldman Sachs, dal canto suo, stima per il 2009 un'espansione globale del reddito dello 0,6%. Le aspettative dell'Institute of International Finance, l'associazione internazionale delle grandi banche, rende noto Il Sole 24 Ore, sono ben più pessimistiche. L'istituto prevede, infatti, una riduzione del Pil mondiale dello 0,4% nell'anno prossimo. Ma anche questa sembra essere una previsione piuttosto ottimista, perché non tiene conto del precipitare degli eventi economici e non solo finanziari a novembre e a dicembre.


Certo è che il presidente eletto Barack Hussein Obama, che s'insedierà alla Casa Bianca in questo mese di gennaio, dovrà affrontare una crisi di enormi proporzioni che ha colpito il suo Paese più di ogni altro. La perdita di capitalizzazione nell'anno appena concluso è stata, negli Stati Uniti, di oltre 3.600 miliardi di euro per i titoli quotati nell'indice S&P 500, oltre i 1000 miliardi per i titoli del Dow Jones e oltre 700 miliardi per quelli Nasdaq. Nel complesso si tratta di cifre imponenti, suscettibili inoltre di aumentare e non di diminuire. Le perdite in Asia sono state altresì rilevanti. In particolare la borsa giapponese ha perso 1.100 miliardi di euro e la Cina ha perso 1.000 miliardi, sempre di euro.

In Europa, la nazione che più di ogni altra ha sentito gli effetti della crisi, sempre limitatamente all'indice di capitalizzazione delle borse valori, è stata la Francia (576 miliardi di euro), seguita a breve distanza dalla Russia (544), dalla Gran Bretagna (515) e dalla Germania (407). Un moderato risultato positivo può essere colto se si guarda all'Italia, che si trova all'ultimo posto della classifica delle principali borse mondiali, con una perdita di 133 miliardi di euro, anche se ciò ha significato una contrazione del mercato borsistico di quasi il 50% del suo valore in capitalizzazione.
Queste perdite si tramutano, quindi, in un ridimensionamento dei listini di borsa di variazioni percentuali molto ampie. La Russia e la Cina hanno subito la più alta variazione percentuale negativa, di oltre il 60%. Le altre borse asiatiche, Giappone e India, sono state altrettanto penalizzate dalla crisi finanziaria. In Europa, la Germania, la Francia e la Spagna hanno ridotto il valore complessivo della capitalizzazione di borsa del 40%. Se i titoli azionari e obbligazionari hanno perso miliardi in capitalizzazione, non è andata meglio ai fondi comuni di investimento che, in ognuna delle loro tipologie, hanno avuto riduzioni molto ampie
.
Come è ormai noto, la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi economica, che ha colpito oltre alle banche anche il settore dell'auto in tutti i paesi, compreso il Giappone. Per ora la crisi sembra aver colpito in misura molto pesante gli Stati Uniti, visto che ha portato sulla soglia del fallimento le tre grandi aziende americane, dette le «Tre Sorelle» (General Motors, Ford e Chrysler), e che avrà i suoi effetti su tutto l'indotto.
Anche il prezzo del petrolio non si è sottratto quest'anno alle attenzioni della speculazione e ha visto una impennata del suo valore quotato a luglio 2008, superando i 140 dollari al barile, per poi sgonfiarsi rapidamente fino ad un terzo del suo livello, a dimostrazione che l'aumento delle quotazioni era meramente speculativo, con tutte le conseguenze che lo scoppio della bolla speculativa lascia sul terreno della macroeconomia. Tra l'altro, occorre notare che se gli incrementi del prezzo del petrolio si ripercuotono rapidamente, rialzando a catena tutti i prezzi della filiera produttiva, non altrettanto si può dire per le variazioni del prezzo di segno inverso. Infatti, al rapido ridimensionamento delle quotazioni del petrolio non è corrisposta una riduzione proporzionale del costo delle bollette.
Analogo discorso andrebbe fatto per i generi alimentari.
Lo scoppio delle bolle speculative ha prodotto enormi danni anche nell'ambito monetario. In questo settore merita rilevare due aspetti: il crollo della sterlina inglese e l'apprezzamento dell'euro. Circa la sterlina si può osservare che a ottobre del 2008 valeva 1,30 euro ed è poi crollata al valore di sostanziale parità nello scorso mese di dicembre. La causa principale è da individuare nel ruolo della City nell'ambito delle speculazioni finanziarie. Sembra che la Gran Bretagna abbia quasi abbandonato a se stessa l'attività produttiva dei beni per privilegiare la finanza speculativa. Circa l'apprezzamento dell'euro, occorre osservare il suo aspetto deleterio proprio in questo momento: penalizza il settore trainante, cioè l'export dei paesi dell'Unione monetaria, allargatasi a 16 paesi con l'ingresso della Slovacchia.

Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 05 gennaio 2009
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