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lunedì 12 gennaio 2009

Crisi economica, protezionismo e conflitti


di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009

Durante gli anni Trenta, l'ostinata convinzione che le libere forze di mercato avrebbero aggiustato da sole gli effetti negativi prodotti dalla crisi di borsa del 1929-32 e che si potesse intraprendere rapidamente per tale via il sentiero virtuoso della ripresa economica portò all'immobilismo dei governi, mentre il libero mercato si avvitava su sé stesso, alimentando la depressione e la disoccupazione. Al presidente americano Hoover, del Partito Repubblicano, successe il democratico Roosevelt con le elezioni del novembre del 1932, e con lui prese il via, tra grandi difficoltà, nel 1933, il noto «new deal». Nel 1934 fu necessario svalutare del 40,9% il dollaro, conseguentemente alla fissazione del prezzo dell'oro da 20 a 35 dollari per oncia di fino, come riportato dal professor Angiolo Forzoni nel suo recente articolo comparso su Finanza Italiana. Le riserve delle banche furono allora ricostituite in modo che gli istituti bancari potessero riprendere a erogare il credito commerciale, mentre il credito industriale e di lungo periodo era amministrato da istituti pubblici.
Nel 1934 i valori della borsa di Chicago erano scesi al livello del 1924, anno in cui era iniziata la bolla speculativa, scoppiata nell'ottobre del 1929. L'opposizione alla politica di intervento statale portò, nel 1936, al giudizio di incostituzionalità del National Industrial Recovery Act e dell'Agricolture Adjustment Act espresso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti; questo comportò un calo degli indici di borsa fino alla fine del 1937. Anche nel resto del mondo i vari governi operarono per combattere la crisi. In particolare, in Europa alcuni paesi, e in primo luogo la Germania nazista, riattivarono l'economia con gli interventi all'industria pesante necessaria agli armamenti. Il mondo assistette - ricorda Forzoni - alla prima guerra italiana in Etiopia, già scoppiata nell'ottobre del 1935, con le note sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni, cui seguì la guerra civile in Spagna, la guerra cino-giapponese e l'aggressione tedesca alla Polonia, il 1° settembre 1939, che segnò anche l'inizio della seconda guerra mondiale. Dal 1936 al 1941 la borsa americana tese verso i valori del 1933-34.

Oggi la storia sembrerebbe ripetersi, almeno per quanto riguarda le quotazioni di borsa. Speriamo che non si ripeta circa la durata della depressione e circa lo sbocco degli interventi pubblici. L'andamento odierno della borsa valori mondiale segue lo stesso andamento della borsa americana degli anni Trenta, fatte le debite distinzioni in termini di indici e di limiti geografici. È curioso constatare come le bolle speculative tendano a scoppiare in autunno. Così accadde nel '29. Altrettanto è successo con lo scoppio dell'ultima bolla speculativa, causa dell'attuale crisi finanziaria, che per vastità non ha eguali nella storia economica. Per contrastare gli effetti negativi sull'economia reale che hanno già portato alla recessione planetaria, i governi si sono mossi, sia pure in modo non coordinato a livello internazionale, per salvare le banche e le assicurazioni tramite massicci interventi pubblici. Forzoni dice che la politica ha preso in mano il timone togliendolo ai finanzieri. Ma tutti i settori produttivi hanno subìto ingenti perdite in termini di capitalizzazione di borsa, sia in Europa, sia negli Stati Uniti. Sono stati pertanto necessari vasti interventi pubblici, che per ora hanno interessato i colossi statunitensi e giapponesi dell'automobile. Con buona probabilità, toccherà a breve anche ad altre classi di industria, per finire alla moda, al turismo, all'agricoltura e al settore alimentare. Altrettanto occorrerà fare per l'edilizia residenziale, con il suo crescente invenduto, la cui recessione rischia di comportare il fallimento di molte piccole imprese e la crisi del suo indotto. Se poi gli interventi saranno, come sembra, scollegati e senza un piano programmatico internazionale, sarà difficile limitare la durata della depressione a pochi mesi, evitando così la disoccupazione di milioni e milioni di lavoratori. Senza un piano programmatico internazionale - giova ripetere - il mondo corre molti rischi. Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell'industria non si rivelino una forma di «protezionismo non tariffario», ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell'imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione. Non è quindi peregrina la possibilità che si inneschi, per tale via, una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, che non ha mai sortito effetti positivi nella storia. Il più delle volte, anzi, le «guerre commerciali» sfociano in eventi bellici veri e propri. I primi effetti della tendenza al protezionismo si sono già manifestati riguardo alcuni prodotti cinesi che, realizzati in regime di dumping, sono stati ritenuti, almeno con riferimento a quelli alimentari, pericolosi per il consumatore europeo.
Ora preme combattere la recessione per non cadere in una lunga depressione e nel contempo occorre evitare che gli Stati diventino azionisti di imprese insolventi e pagate per buone, come spesso è accaduto in passato in Italia e altrove. Data la profondità e l'ampiezza della crisi, oltre agli aiuti pubblici, sarà necessario intervenire, come già ha annunciato Barack Obama, con l'abbassamento, sia pure graduale, della pressione fiscale in modo generalizzato, in tutti i paesi dell'aera dell'euro.


L'intervento sulla pressione fiscale sarebbe rapido, immediato e produrrebbe subito l'effetto di rimettere in moto la domanda da cui dipende l'andamento dell'offerta di beni e servizi. Lavoratori e imprese potrebbero avere, tramite la riduzione della pressione fiscale, maggiore potere d'acquisto immediatamente spendibile. In Europa si è evitato di detassare le tredicesime, perché sembrava più conveniente rispettare le norme del Trattato di Maastricht che non ampliare il disavanzo, pur essendo straordinaria la situazione economica.
Il mondo corre un altro rischio: quello dell'inflazione planetaria se occorrerà stampare moneta per salvare, senza risanamento, imprese sull'orlo del fallimento e senza produrre reddito sufficiente ad ammortizzare la quantità aggiuntiva di moneta. A questo proposito, la leva da manovrare subito sono i lavori pubblici, dato il loro elevato moltiplicatore del reddito. In Italia, i maggiori disavanzi potranno essere ripianati ricorrendo alla vendita di beni demaniali, come più volte si è letto negli articoli di Geronimo su Il Giornale. I disavanzi comunque dovranno crescere se vogliamo manovrare la leva più efficace che ancora esiste. Tutto serve in questo momento meno che un tentativo di creare ricchezza artificiale.
Anche sotto questo aspetto gli Stati Uniti e tutti gli altri paesi economicamente avanzati hanno grosse responsabilità di governo dell'economia mondiale. Tutto il mondo, anche la Cina, l'India, il Brasile e la stessa Russia, è nelle mani dei paesi ricchi. Come sempre è accaduto, è da dare per certo che gli effetti della crisi odierna incideranno maggiormente sui paesi economicamente più deboli. È nell'interesse di tutti che si sviluppi la più ampia e fattiva collaborazione e cooperazione internazionale, senza la quale è difficile pensare, ad esempio, a un nuovo ordine monetario internazionale, che sarebbe bene fondare su un sistema di cambi valutari fissi. Occorre evitare di cadere nel disordine valutario come accadde negli anni Trenta. La caduta della sterlina è un segnale allarmante. In soli due mesi la valuta britannica ha subìto una perdita netta di circa il 30% del suo valore.

Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 gennaio 2009

giovedì 8 gennaio 2009

Il prezzo del petrolio destinato a stabilizzarsi su valori di lungo periodo

Il crollo della speculazione finanziaria e la crisi dell’economia reale hanno già sgonfiato la bolla dei prezzi petroliferi, ma quale sarà il futuro delle quotazioni del greggio?
di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.finanzaitaliana.net dicembre 2008
Il piano dell’Amministrazione statunitense per salvare banche e imprese finanziarie dal tracollo dopo la nazionalizzazione di F&F, ossia le due gigantesche finanziarie, esposte per 5.200 miliardi di dollari, e del gigante dell’assicurazione Aig, giunto sull’orlo del “default”, ha aperto una nuova fase nel mondo della finanza e della banca, investito anche dal fallimento del colosso bancario-finanziario Lehman Brothers. Il piano di salvataggio imposto da altri potenti gruppi degli Stati Uniti, ma operanti in tutto il mondo, e anch’essi giunti in prossimità dello stadio finale dell’insolvenza, pare in prima analisi che miri a salvare spregiudicatamente la finanza speculativa.

In realtà, l’intervento governativo statunitense dovrà essere seguito da misure tendenti a disciplinare la Borsa valori e la Borsa merci, onde la speculazione selvaggia non abbia più lo spazio per le sue scorrerie. Sono state sospese per ora le vendite allo scoperto, fonte di speculazione sfrenata. S’impone però l’esigenza di una nuova disciplina che dovrà essere applicata anche per le contrattazioni tramite i futures, che sono operazioni di mero rischio per cifre gigantesche e che in generale riguardano le materie prime, petrolio “in primis”, nonché i principali generi alimentari, tra cui, in particolare, frumento, mais e soia.

Il nodo dei futures. Come è noto, i futures sono strumenti essenzialmente speculativi, che date le cifre in gioco influenzano e in molti casi determinano l’andamento dei prezzi. Emerge ora l’esigenza di regolamentare i futures, imponendo, ad esempio, un deposito previo nelle contrattazioni. In tal caso, le contrattazioni speculative sarebbero fortemente frenate e il petrolio cosiddetto "finanziario" non potrebbe trascinare e alla fine anche determinare il prezzo del greggio, che dovrebbe risentire soltanto del gioco della domanda e dell’offerta fisica. Dopo lo scoppio della bolla di Borsa, gonfiata a dismisura dai guru della new economy, durante il mandato Clinton, la speculazione ha attaccato il settore immobiliare, facendo crescere ogni anno i prezzi delle abitazioni vecchie e nuove. Tramite la cartolarizzazione dei titoli legati ai mutui concessi dalle banche e trasferiti ad apposite società, la bolla speculativa si è ulteriormente gonfiata in tutti i paesi e in particolare negli Usa con gli ormai tristemente famosi mutui subprime. Alla fine è stato sufficiente il pericolo incombente di un rallentamento della crescita economica dei principali paesi per far scoppiare la bolla e, come sempre accade, seminare rovine, mentre cresceva la bolla artificiosamente creata sulle materie prime, e in particolare sul petrolio ed i suoi derivati e sui prodotti alimentari di base.

Dopo lo scoppio della bolla petrolifera. Anche questa ennesima bolla non poteva non scoppiare, con la conseguenza di un vistoso calo del prezzo del petrolio, che astraendo dalle oscillazioni giornaliere è crollato dai 147 dollari dell’11 luglio scorso a circa 50 dollari in questi ultimi giorni di novembre. Il prezzo dovrà ulteriormente calare, perché la crisi finanziaria è talmente profonda da dover temere non soltanto la recessione, che è già in atto, quanto la depressione che si teme possa durare anche due anni, se si dovesse accompagnare con la deflazione, ossia con la diminuzione dei prezzi praticati dalle imprese per allocare l’invenduto. Il pericolo non è ipotetico, giacché è in atto una crisi profonda dell’industria dell’automobile e del suo indotto a livello planetario. D’altra parte, il prezzo del petrolio grezzo dovrebbe assestarsi sotto i 50 dollari al barile anche se si dovesse tenere conto della perdita di potere di acquisto del dollaro. È anche probabile che il prezzo del greggio risenta fortemente della flessione della domanda in relazione agli effetti della crisi, perché ormai è recessione ovunque e gli effetti dei provvedimenti dei vari governi, del G8, del G20 e tutti gli altri incontri annunciati non possono che mirare a impedire la depressione, accorciando i tempi della recessione.

Le reazioni della domanda. Altra considerazione da fare riguarda le reazioni in atto da parte della domanda, con la ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare, mentre a breve termine dovrebbe giocare un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati e che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del prossimo anno. In particolare, oltre alle autorizzazioni a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin dal marzo 2009 l’area brasiliana della Baia di Santos, con centomila barili al giorno e con 3,5 milioni di metri cubi di gas, in seguito allo sfruttamento di un enorme giacimento di idrocarburi di circa 8 miliardi di barili. Al largo della costa brasiliana, inoltre, sarebbero state individuate riserve di petrolio pari a oltre 24 miliardi di barili, mentre le riserve stimate ammonterebbero ad oltre 60 miliardi di barili equivalenti di petrolio. A dispetto della speculazione, il petrolio è lungi dall’essere esaurito e il prezzo del barile è destinato a riportarsi al livello di lungo periodo, una volta che gli artigli della speculazione saranno tagliati.

I tagli alla produzione:un boomerang per l’Opec. La crisi odierna è un momento importante anche per l’Opec, che dovrebbe comprendere che la politica fino ad ora condotta, che ha fatto largo ricorso ai tagli della produzione, ai quali abbiamo assistito come estremo tentativo, è una specie di suicidio annunciato, perché il petrolio caro non può non portare al potenziamento del nucleare, al ricorso, pur marginale, alle fonti alternative, allo sfruttamento dell’energia geotermica ed a politiche di risparmio energetico. Sembra che il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si sia già esposto a favore delle energie alternative e abbia manifestato l’intenzione, che sicuramente troverà una forte opposizione, di rinunciare alla costruzione di nuove centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, dando enfasi alle questioni relative alla sicurezza degli impianti e al problema dello stoccaggio delle scorie. Obama infatti, pare voglia destinare 150 miliardi di dollari in dieci anni per investimenti definiti “strategici”, per catalizzare gli interessi degli investitori privati in progetti relativi alle fonti alternative. Questa scelta, se effettivamente avrà un seguito, rappresenterebbe un passo indietro rispetto alla precedente amministrazione Bush, e rischia di perpetuare per gli Stati Uniti la situazione di pesante dipendenza energetica dai tradizionali fornitori (paesi del Medio Oriente, Messico e Venezuela). Interessanti sono, peraltro, le campagne di sensibilizzazione che la futura amministrazione Obama vuole porre in essere nei confronti delle compagnie petrolifere statunitensi che potranno fare prospezioni in cerca di petrolio e gas, in base alle licenze esistenti che, se non utilizzate, andranno perdute.

Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.finanzaitaliana.net dicembre 2008

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