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venerdì 30 gennaio 2009

Rifondazione capitalista


di Gabriele Cazzulini pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 gennaio 2009
Le tanto celebrate nozze tra Fiat e Chrysler sembrano riportare il sorriso in un'economia italiana colpita duramente dalla crisi globale. Ma come era facilmente comprensibile, l'accordo tra Torino e Detroit era in buona parte un'operazione tecnica per razionalizzare i costi e quindi preservare queste storiche realtà industriali sulle due sponde dell'Atlantico. In pratica Fiat e Chrysler si scambiano circuiti produttivi e commerciali per rilanciare modelli italiani negli Usa e aprire le tecnologie italiane alle produzioni americane. Buono in sé, ma solo in tempi di prosperità. In tempi di vacche magre è come sollevare il bavero dell'impermeabile sotto al diluvio. Infatti il mercato non ha sorriso e neppure il bilancio Fiat ha fatto sorridere gli investitori. Queste manovre tra manager servono ad alleviare i dolori nei conti, ma non migliorano la salute dell'economia aziendale o il livello del benessere sociale. Niente nuove tecnologie, niente progetti per il futuro, niente sostituzione del management. E' come se una squadra di calcio che subisce ripetute sconfitte decidesse solo di cambiare i colori della sua maglia. Infatti, due giorni dopo il fiasco delle nozze Fiat-Chrysler, il governo italiano ha convocato un incontro per soccorrere il settore auto-motive.

Non sembrano in vista finanziamenti diretti, ma il segnale politico-economico è forte e chiaro. E' finita l'epoca del capitalismo oligarchico e familiare che da un lato succhiava risorse pubbliche per poi sperperarle secondo logiche pseudo-aziendali nefaste per l'azienda stessa, i lavoratori e il mercato. L'asfittico capitalismo delle grandi famiglie d'affari, dove bastava uno zero virgola qualcosa a controllare una grande azienda, si ritrova improvvisamente con le spalle al muro, di fronte al plotone d'esecuzione dell'inefficienza e dell'incapacità di innovarsi. Non c'è stato bisogno della crisi dei mutui americani per spazzare via questo capitalismo imbragato nei bizantinismi tra le satrapie finanziarie italiane. La crisi ha emesso un appello ancora più duro, perché ha dimostrato che neppure la competizione internazionale e un management addestrato a ragionare e non solo ad obbedire sono bastati per far sopravvivere i grandi marchi italiani.
E' a questo punto che interviene lo Stato, cioè il governo, per rifondare il capitalismo italiano su una base fortemente innovativa. Da un lato non si parla di nazionalizzazioni o di ingenti finanziamenti pubblici alle industrie in difficoltà. Dall'altro lato soltanto lo Stato può offrire una cornice di sinergie sia con il fronte delle istituzioni europee sia con i sindacati che nessuna impresa italiana, nemmeno Fiat, è in grado di avere. Infatti non si parla più di concertazione, come strumento rigido per conservare invece di innovare. Si parla invece di consultazioni mirate a capire i problemi reali e a proporre soluzioni. Dopo il fallimento della rifondazione comunista, che è stata la vera crisi ideologica dell'Italia, arriva la rifondazione capitalista che sorge in un nuovo modello dei rapporti tra politica, capitale e lavoro - l'abc dei regimi capitalisti.
Non è un caso che, mentre il governo apriva il confronto sull'industria automobilistica, lo stesso governo riusciva ad isolare la Cgil sulla riforma degli ammuffiti contratti di lavoro. Neppure il centrosinistra così collaterale al mondo del lavoro era riuscito a fare un passo in avanti. L'oltranzismo della Cgil è finito sotto scacco dal riformismo del governo, degli imprenditori e degli altri sindacati. E' una vittoria che andrebbe sottolineata con più vigore. Ma i suoi frutti saranno maturi soltanto nell'evolversi dei tempi e delle coscienze. Infine un altro segnale di trasformazione: durante il processo alle nuove Br gli imputati minacciano pesantemente Pietro Ichino chiamato a testimoniare in tribunale. Tanto odio è scaturito dalla coraggiosa attività legislativa di Ichino, che agli occhi di queste ultime avanguardie del comunismo armato si è macchiato dell'orrendo crimine di aver provato a riformare lo Statuto dei lavoratori. Ma questo barbaro grido di violenza delle Br risuona nel vuoto della società, della politica e del mondo del lavoro, che in questi giorni ha ricordato l'omicidio di Guido Rossa.
L'organizzazione del capitale e del lavoro sta mutando. La crisi economica ha soltanto accelerato la crisi molto più antica dei modelli alla base del capitalismo italiano. Imprese che si rapportano alla politica in modo più funzionale e senza complicati giochi di potere; sindacati meno politicizzati e più pragmatici - queste due trasformazioni sono coordinate da una politica che per la prima volta è basata su un governo forte e stabile. Anche in tempo di crisi, la potenza di questa grande trasformazione può innescare processi virtuosi, stimolando una ripresa nell'economia reale, senza attendere la ripresa dell'economia finanziaria globale. Capitale sano, lavoro produttivo, politica autorevole: la rifondazione capitalista è inscritta in questo triangolo.

Gabriele Cazzulini

pubblicato su www.ragionpolitica.it

mercoledì 21 gennaio 2009

Le promesse e le aspettative dell'amministrazione Obama


di Emanuela Melchiorre pubblicato su http://www.ragionpolitica.it

Sono quasi 2,6 milioni i posti di lavoro persi nel 2008 negli Stati Uniti in seguito all'attuale crisi economica, la più ampia flessione dell'occupazione dal 1945, ossia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, anno in cui vi fu il rientro dei reduci di guerra e la necessità della riconversione della produzione industriale da economia di guerra a economia di pace. Il tasso di disoccupazione è salito al 7,2%, l'incidenza più elevata dal 1993. Sono questi alcuni dati della recessione dopo quelli relativi all'andamento del prodotto interno lordo Usa, che nel terzo trimestre scorso si è ridotto dello 0,5%.
Il precipitare della situazione occupazionale prosegue nell'anno nuovo tra ondate di licenziamenti. In particolare, dopo il licenziamento di 4.500 addetti a dicembre del gigante aerospaziale Boeing, nei primi otto giorni del 2009 aziende quali Alcoa (alluminio) e Cigna (assicurazioni) hanno deciso riduzioni del personale rispettivamente del 4 e del 14,5%. In generale, le attese per il 2009 indicano una perdita di posti di lavoro compresa tra i due e i cinque milioni e un tasso di disoccupazione vicino al 10% in tutti i settori dell'economia, dall'industria alle costruzioni, ai servizi. Si tratta ovviamente di stime di larga massima per indicare la forchetta entro la quale la disoccupazione potrà oscillare. La creazione di posti di lavoro è stata invece limitata al settore pubblico, in particolare la sanità e l'istruzione, che seppur modesta ha creato 52 mila nuovi impieghi. La settimana lavorativa media si sarebbe ridotta ai bassi livelli del 1964. I salari sono aumentati di un modesto 0,3% in dicembre e del 3,7% nel corso del 2008.



La disoccupazione dilagante è una delle difficili sfide che Barack Hussein Obama dovrà affrontare, partendo, in primo luogo, dal ridimensionamento delle promesse fatte in campagna elettorale, quando per catalizzare il voto delle classi meno abbienti, specialmente ispano-americane e afro-americane, il presidente eletto prometteva di tassare i ricchi e soprattutto i loro profitti da capitale per ridistribuire a favore dei più poveri. Il Presidente, che alcuni hanno definito novello Robin Hood, dovrà però fare i conti con le regole fondamentali dell'economia.
Infatti, prima di pensare a ridistribuire il reddito nazionale è necessario provvedere alla sua produzione, pena altrimenti l'esaurimento di ogni risorsa. Tale elementare condizione è ancor più cogente in una situazione di crisi economica generalizzata, che non impegna solamente gli Stati Uniti, ma il mondo intero, sia i Paesi industrializzati sia e, a maggior ragione, i Paesi meno dotati, in cui la produzione ha subito una forte contrazione. Ancor più le promesse di Obama candidato difficilmente saranno applicate per filo e per segno da Obama Presidente, poiché urge il sostegno pubblico ai settori economici in crisi, con massicce iniezioni di dollari per sostenere il sistema bancario e i settori industriali. Tali programmi di sostegno, che, secondo sempre le parole del Presidente eletto ammonteranno a 800 miliardi di dollari in due anni, con l'obiettivo di creare o salvare tre milioni di posti di lavoro, occorre che siano reperiti anche mediante il prelievo fiscale, visto che il debito pubblico americano ha da tempo raggiunto livelli astronomici, pari a circa il 65% del pil. Fonte: Ufficio del Debito Pubblico del Dipartimento del Tesoro americano (
http://www.treasurydirect.gov/)


Anche i piani per l'occupazione di Obama candidato dovranno essere accuratamente rivisti. Come si ricorderà, Obama aveva previsto la creazione di 4 milioni di posti di lavoro, in gran parte nel settore delle costruzioni. Entro il 2010, secondo i piani in parola, 700 mila posti di lavoro dovrebbero essere recuperati in virtù di nuovi lavori pubblici. Altri 600 mila dovrebbero essere creati o recuperati nel settore commerciale e altri 400 mila nell'industria. L'insieme delle misure a sostegno dell'occupazione comporterebbero una sostanziale lievitazione del deficit pubblico che, secondo le stime della Commissione Bilancio del Congresso, salirà a 1.186 miliardi di dollari, per poi scendere a 703 miliardi nel 2010. In concomitanza con tale dichiarazione, la commissione ha anche reso note le sue stime sull'andamento della crescita economica statunitense pari a una contrazione del 2,2% del pil nel 2009 e a una sua modesta espansione dell'1,5% nel 2010.
Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it
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