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mercoledì 21 gennaio 2009

Le promesse e le aspettative dell'amministrazione Obama


di Emanuela Melchiorre pubblicato su http://www.ragionpolitica.it

Sono quasi 2,6 milioni i posti di lavoro persi nel 2008 negli Stati Uniti in seguito all'attuale crisi economica, la più ampia flessione dell'occupazione dal 1945, ossia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, anno in cui vi fu il rientro dei reduci di guerra e la necessità della riconversione della produzione industriale da economia di guerra a economia di pace. Il tasso di disoccupazione è salito al 7,2%, l'incidenza più elevata dal 1993. Sono questi alcuni dati della recessione dopo quelli relativi all'andamento del prodotto interno lordo Usa, che nel terzo trimestre scorso si è ridotto dello 0,5%.
Il precipitare della situazione occupazionale prosegue nell'anno nuovo tra ondate di licenziamenti. In particolare, dopo il licenziamento di 4.500 addetti a dicembre del gigante aerospaziale Boeing, nei primi otto giorni del 2009 aziende quali Alcoa (alluminio) e Cigna (assicurazioni) hanno deciso riduzioni del personale rispettivamente del 4 e del 14,5%. In generale, le attese per il 2009 indicano una perdita di posti di lavoro compresa tra i due e i cinque milioni e un tasso di disoccupazione vicino al 10% in tutti i settori dell'economia, dall'industria alle costruzioni, ai servizi. Si tratta ovviamente di stime di larga massima per indicare la forchetta entro la quale la disoccupazione potrà oscillare. La creazione di posti di lavoro è stata invece limitata al settore pubblico, in particolare la sanità e l'istruzione, che seppur modesta ha creato 52 mila nuovi impieghi. La settimana lavorativa media si sarebbe ridotta ai bassi livelli del 1964. I salari sono aumentati di un modesto 0,3% in dicembre e del 3,7% nel corso del 2008.



La disoccupazione dilagante è una delle difficili sfide che Barack Hussein Obama dovrà affrontare, partendo, in primo luogo, dal ridimensionamento delle promesse fatte in campagna elettorale, quando per catalizzare il voto delle classi meno abbienti, specialmente ispano-americane e afro-americane, il presidente eletto prometteva di tassare i ricchi e soprattutto i loro profitti da capitale per ridistribuire a favore dei più poveri. Il Presidente, che alcuni hanno definito novello Robin Hood, dovrà però fare i conti con le regole fondamentali dell'economia.
Infatti, prima di pensare a ridistribuire il reddito nazionale è necessario provvedere alla sua produzione, pena altrimenti l'esaurimento di ogni risorsa. Tale elementare condizione è ancor più cogente in una situazione di crisi economica generalizzata, che non impegna solamente gli Stati Uniti, ma il mondo intero, sia i Paesi industrializzati sia e, a maggior ragione, i Paesi meno dotati, in cui la produzione ha subito una forte contrazione. Ancor più le promesse di Obama candidato difficilmente saranno applicate per filo e per segno da Obama Presidente, poiché urge il sostegno pubblico ai settori economici in crisi, con massicce iniezioni di dollari per sostenere il sistema bancario e i settori industriali. Tali programmi di sostegno, che, secondo sempre le parole del Presidente eletto ammonteranno a 800 miliardi di dollari in due anni, con l'obiettivo di creare o salvare tre milioni di posti di lavoro, occorre che siano reperiti anche mediante il prelievo fiscale, visto che il debito pubblico americano ha da tempo raggiunto livelli astronomici, pari a circa il 65% del pil. Fonte: Ufficio del Debito Pubblico del Dipartimento del Tesoro americano (
http://www.treasurydirect.gov/)


Anche i piani per l'occupazione di Obama candidato dovranno essere accuratamente rivisti. Come si ricorderà, Obama aveva previsto la creazione di 4 milioni di posti di lavoro, in gran parte nel settore delle costruzioni. Entro il 2010, secondo i piani in parola, 700 mila posti di lavoro dovrebbero essere recuperati in virtù di nuovi lavori pubblici. Altri 600 mila dovrebbero essere creati o recuperati nel settore commerciale e altri 400 mila nell'industria. L'insieme delle misure a sostegno dell'occupazione comporterebbero una sostanziale lievitazione del deficit pubblico che, secondo le stime della Commissione Bilancio del Congresso, salirà a 1.186 miliardi di dollari, per poi scendere a 703 miliardi nel 2010. In concomitanza con tale dichiarazione, la commissione ha anche reso note le sue stime sull'andamento della crescita economica statunitense pari a una contrazione del 2,2% del pil nel 2009 e a una sua modesta espansione dell'1,5% nel 2010.
Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it

lunedì 5 gennaio 2009

Politichiamo


di Orlando Sacchelli www.ideelibere.it

La politica non può essere un prodotto che i politici di professione ci chiedono di acquistare a scatola chiusa il giorno delle elezioni; la politica è un bisogno, è un processo che tutti i cittadini devono costruire insieme, solido e forte perché i suoi veri prodotti, cioè le decisioni di governo, siano assolutamente condivise ed efficaci. In questa prospettiva è nato a maggio 2008 Politichiamo, uno spazio associativo trasversale dedicato ai contenuti e a quei cittadini che si sentono già impegnati sul piano civile – anche occasionalmente o part-time – e vogliono diventare in qualche misura protagonisti del cambiamento contribuendo a costruire "capitale civile".
Politichiamo è una rete di cittadini:
  • consapevoli del fatto che le cose possono essere cambiate ma che, per cambiarle, tutti devono in qualche modo – anche se in misura minima od occasionalmente – rimboccarsi le maniche;
  • che per migliorare la politica occorrono istituzioni aperte, partiti scalabili e una opinione pubblica meglio informata e più matura;
  • che vogliono rendere più efficiente l’Italia e rilanciarne la competitività con iniezioni di merito, innovazione e concorrenza;
  • che vogliono condividere idee e proposte e costruire insieme – in maniera strutturata e con l’ausilio di esperti – possibili soluzioni ai problemi che affliggono la nostra società.

Politichiamo articola la propria rete e le proprie attività per aree territoriali (ring) e per aree tematiche (lab) e per facilitare l’incontro delle persone e la condivisione delle idee si avvale anche di un sito web in cui sono integrati sia un blog che un social network. Quest’ultimo rappresenta la “community virtuale” di Politichiamo – con spazi di discussione e proposta dedicati sia ai ring territoriali che ai lab tematici – cui si accede iscrivendosi all’associazione Politichiamo (per i simpatizzanti non costa nulla).

Guarda il sito Politichiamo

Orlando Sacchelli

www.ideelibere.it

giovedì 1 gennaio 2009

Apprendisti stregoni, attenti all’errore...


di Carlo Rossi

La riflessione sui tempi difficili che viviamo dovrebbe indurci a prendere atto, se non lo abbiamo ancora fatto, della fallibilità delle scienze sociali teoriche. Economisti, studiosi della società e della politica, insigni intellettuali attenti ad individuare ed interpretare tendenze della vita e della storia hanno fallito nell'anticipare e nel comprendere ciò che oggi mette in difficoltà individui, famiglie, imprese ed addirittura stati sovrani.
Non si tratta certo di una novità. Da sempre circola una battuta sugli economisti che mette alla berlina la loro capacità di spiegare il passato ma non di prevedere il futuro. Ed in realtà pure la capacità di spiegare ciò che è successo è assai modesta. Questa fallibilità si aggiunge a quella degli operatori economici e dei protagonisti della vita sociale e politica, rendendo non raramente poco efficace il tentativo di trovare qualche rimedio e portarlo ad effetto. Ancora una volta colse nel segno Karl Popper, scrivendo nel suo Congetture e confutazioni:"una delle singolari circostanze della vita sociale è che mai nulla riesce precisamente nel modo prestabilito. Tutto va sempre a finire un poco diversamente. Quasi mai, nella vita sociale, riusciamo a provocare il preciso effetto che desideriamo, e, normalmente, otteniamo conseguenze ulteriori non desiderate... Conseguenze non desiderate delle nostre azioni che, in genere, non possono essere eliminate. Spiegare perchè ciò non sia possibile è il compito principale della teoria sociale".
Questo tema dovrebbe costituire una parte fondamentale non solo della ricerca teorica, ma anche della formazione stessa dei cosiddetti scienziati sociali. La chiara consapevolezza della possibilità dell' errore, delle sue radici, della sua non infrequente estrema gravità sotto il profilo delle conseguenze, aiuterebbe tutti noi a vivere meglio.

Carlo Rossi
www.chiarodiluna-karl.blogspot.com

mercoledì 31 dicembre 2008

E' finita l'Europa che odia lo stato

di Gabriele Cazzulini
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 novembre 2008
Il vento della crisi ha ghiacciato Bruxelles. Il vitello d'oro di Maastricht è stato sconsacrato dal ritorno a politiche di spesa gestite a livello nazionale dai singoli governi. In quasi quindici anni dalla firma di Maastricht, l'Europa è stata dispoticamente governata da una tirannia burocratica che ha controllato direttamente la politica monetaria attraverso la Bce e indirettamente la politica fiscale imponendo severissimi limiti alla spesa sociale. Il Parlamento europeo era troppo impegnato ad approvare solenni dichiarazioni di principio oltre le quali c'è solo il nulla e novecento seggi usati dai partiti come parcheggio di personalità ingombranti. Di fronte a questo disarmante panorama di democrazia puramente verbale la commissione di Bruxelles non ha esitato a sostituirsi ai governi nazionali emanando direttive col valore di editti imperiali che potevano essere accolte con sopportazione oppure accolte con sdegno - l'importante era che fossero accolte.
L'aspetto più insopportabile è che questa classe di funzionari europei si comporta da vera tirannia che con un semplice protocollo può stroncare il bilancio di un intero stato. L'America non ha bisogno di questi apparati: in questo freddo autunno è bastato il presidente e i più alti responsabili della Fed per intervenire con misure epocali. L'Europa di Bruxelles era nata sulla base della profonda sfiducia verso i governi nazionali all'indomani del secondo conflitto mondiale. Dopo mezzo secolo per fronteggiare la crisi economica si riscopre proprio il valore dello stato, mentre le complicate istituzioni europee, fondate sulla negazione dell'elemento nazionale, si sono dimostrate impotenti. Eppure erano progettate proprio per gestire l'economia molto meglio di un governo nazionale. Nonostante ciò, la recessione è dietro l'angolo. La burocrazia s'inceppa e l'Europa si interroga sul senso della sua unità, molto ideale ma poco efficace.
Questo potere così invisibile e allo stesso tempo così penetrante ha costituito un amore-odio per la politica italiana. La destra non ha mai nascosto le sue perplessità su questa Europa dei banchieri e dei burocrati. In Italia l'unica componente filo-Maastricht era quella ridottissima parte dei liberali che avevano riscoperto le lezioni di Mises e Hayek, veri liberisti che condannavano sempre e comunque i deficit di bilancio. I liberali sono sempre rimasti un'élite molto colta ma politicamente inefficace e questa crisi economica sta dimostrando, per l'ennesima volta, che il liberismo non serve ad uscire dalla crisi. Viceversa la sinistra ha sempre riposto il suo consenso nel progetto europeo - basti pensare alla propaganda di Prodi nel '96 per far entrare la lira italiana nell'euro.

A sinistra hanno visto l'Europa come un' «utopia realistica» su cui trasferire sogni e speranze disilluse in Italia. Abbastanza lontana e complicata da non farne un tema di discussione pubblica, ma abbastanza vicina e facilmente comprensibile per farne un surrogato ideologico in tempi di crisi d'identità. Bruxelles ha quasi sostituito in tanti cuori della sinistra quello che era Mosca ai tempi della falce col martello: il simbolo di un mondo migliore che però non poteva essere realizzato a Roma. Questa carica affettiva ha però implicato un consenso politico a strategie economiche in aspro contrasto con i principi della sinistra. Così è nato il paradosso di una sinistra europea che sposava il monetarismo tipico della destra americana solo perché i banchieri di Francoforte erano strenui paladini della lotta all'inflazione. Invece che difendere il potere d'acquisto degli operai, la sinistra si è arruolata nella lotta all'inflazione. Nel 2006 lo stesso Prodi impose un regime fiscale del terrore pur di osservare i dogmi di Maastricht, anche al costo di sprecare l'ultima fase di crescita. Adesso che i principali governi europei guardano a destra, è chiaro che la sinistra di oggi deve battere in ritirata. Ma c'è un paradosso: la sinistra di oggi scopre che la destra aveva ragione perché in materia economica pensava come la vecchia sinistra.
Le deroghe a Maastricht sono destinate a lasciare il segno. Sono una rivoluzione istituzionale che ha liberato i governi dalle catene della tecnocrazia finanziaria europea. Il ritorno dello stato come soggetto economico e non solo come oggetto dell'autorità di una tecnocrazia significa la rivalutazione dell'elemento nazionale e una nuova prospettiva per l'Europa: meno Bruxelles, più stato; meno burocrazia, più democrazia. Se è vero che oggi la politica economica vale più della politica estera e che il crollo di Wall Street produce più danni di una bomba, allora è anche vero che da oggi i soldi dei cittadini europei non sono più gestiti da impassibili burocrati stranieri ma dai governi che questi cittadini hanno eletto.

Gabriele Cazzulini

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 26 novembre 2008

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