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lunedì 12 gennaio 2009

Sterminio di Gaza: lavori in corso


Free Gaza Movement, 10 gennaio 2009

di Vittorio Arrigoni http://guerrillaradio.iobloggo.com

articolo pubblicato su Il Manifesto

Alcune famiglie di palestinesi ci hanno consegnato dei volantini, piovuti dal cielo nei giorni scorsi, lasciati cadere dall'aereonautica israeliana in alternativa alle bombe. Volantino n.1, tradotto dall'arabo: "A tutte le persone residenti in quest'area. A causa delle azioni terroristiche con cui i terroristi presenti nella vostra area stanno aggredendo Israele, le Forze di Difesa Israeliane sono state costrette a reagire immediatamente e ad agire in questo modo nelle vostre zone. Vi esortiamo, per la vostra sicurezza, ad evacuare immediatamente quest'area. Forze di Difesa Israeliane". In pratica l'esercito israeliano sta passando di casa in casa, appiccicando sugli usci un avviso di "lavori in corso", prima di radere al suolo interi quartieri, affossare per sempre speranze di vita presente e futura. Seppellire sotto tonnellate di macerie chi non ha un posto dove evacuare. Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che «la terza fase della guerra al terrorismo sta per iniziare". Sono cortesi i vertici militari israeliani, chiedono collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti. Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l'aereonautica a bussare dolcemente sui tetti delle case di Gaza. E' una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all'evacuazione. Dopo due o tre minuti l'aviazione ripassa e non rimane più niente dell'edificio. Evacuare, ma evacuare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo tutta la Striscia, io personalmente temo di più per la mia vita sopra un'ambulanza, o passando di fianco ad una moschea o una scuola, che dinnanzi ad uno dei palazzi governativa ancora in piedi. Ieri notte a 20 metri da casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi diversi metri come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male. Girando per i corridoi dell'ospedale Al Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un dottore dai tratti somatici non propriamente arabi, è Mads Gilbert, medico norvegese dell'organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite utilizzate da Israele sui civili di Gaza: "molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, che io sospetto siano provocate da armi Dime". Questo mentre Navi Pillay, Alto commissario dell'Onu per i diritti umani, denuncia "gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra". L'ultimo di questi crimini poche ore fa, a Est di Jabalia, una famiglia che si apprestava a evacuare, si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti, bombardato. 8 vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia, quella di Abed Rabbu, 10 feriti gravi. Fra le persone che incontro per strada l'impressione è quella che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzano lentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri, esaurite le scorte di farina, hanno iniziato a mescolarla con quella animale per sfornare le pagnotte. Oppure ci si ciba di quello che qui chiamano pane-penicillina. E' pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza. Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi siano precisi e mirati a "terroristi" o ipotetici magazzini di scorte di armi ed esplosivo. L'altissimo conto di vittime civili, basta da solo a smentire questi video. Mi chiedo come Israele possa definirsi civile e democratico, se per stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio popolato, il suo esercito non esita un attimo ad abbatterlo, seppellendoci sotto decine di innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l'esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo. Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini, 12 i paramedici uccisi nell'adempimento del loro dovere, 3 i giornalisti morti con la macchina fotografica appesa al collo. Ben 3350 i feriti, più della metà sono minori di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità, sono l'85% delle vittime totali i civili palestinesi massacrati in due settimane. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Se Le Nazioni Unite non riescono a proteggere la popolazione civile palestinese dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali, ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, pronti a sbarcare a Gaza fra un paio di giorni. Sono dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare quello è possibile per fornire qualche misura di protezione. Ci avevano già provato ad arrivare martedì 31 dicembre sulla Dignity. La marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla, successivamente aveva parlato di "incidente". Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri "incidenti" in alto mare. Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca [è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito http://guerrillaradio.iobloggo.com]: "Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci dei razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate!.. E' garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749. Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com ". Molti mi scrivete dall'Italia avvinti dalla frustrazione di non potere fare nulla dinnanzi a questo genocidio in corso. Vi invito a continuare a manifestare la vostra indignazione e a tifare per i diritti umani. Se poi avete 5 minuti di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell'ultimo volantino potrebbero tornarvi utili per comunicare il vostro pensiero a chi per via area, marina, terrestre, decide cinicamente sul destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone fu speso meglio, quei 235 bambini massacrati ve lo chiedono.

Restiamo umani.

Vik

Vittorio Arrigoni

blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com
website della missione: http://www.freegaza.org e
http://www.palsolidarity.org
contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono (no sms) 059 8378945
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domenica 11 gennaio 2009

A Gaza hanno ucciso Ippocrate


Free Gaza Movement, 10 gennaio 2009


articolo pubblicato su Il Manifesto

A Gaza, un plotone di esecuzione ha messo al muro Ippocrate, ha puntato e fatto fuoco.
Le allucinanti dichiarazioni di un portavoce dei servizi segreti israeliani, secondo cui l'esercito ha ottenuto via libera a sparare sulle ambulanze perché a bordo presenti presunti membri della resistenza palestinese, danno il quadro di che valore dà alla vita Israele in questi giorni, le vite dei nemici, s'intende. Vale la pena ripassare cosa dichiara il giuramento di Ippocrate, a cui è tenuto ogni medico prima di iniziare a esercitare la sua professione, in particolare questi passi: "Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento; di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica". Sono sette, fra dottori e infermieri volontari, i camici bianchi uccisi dall'inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall'artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l'ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza; le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo di un massacro, a Zaiton, est di Gaza city, solo dopo 24 ore dall'attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati dinnanzi uno scenario raccapricciante: "quattro bambini piccoli vicini al corpo senza vita della loro madre, in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi. E' stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi". I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, hanno radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e poi lo hanno ripetutamente bombardato. Con i miei compagni dell'ISM sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subìto molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere a bordo guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, chiedergli se parteggia per Hamas o Fatah. Anche perché quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti. Alcuni giorni fa, caricando un ferito grave, ha cercato contemporaneamente di salire sull'ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, bensì accogliamo sopra le nostre ambulanze solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa un istante. La notte scorsa è arrivata all'ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam ha partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in salo parto, un piano più in basso, all'obitorio, era giunto anche il giovane marito. Alla fine persino le Nazioni Unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civili israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell'Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni Unite hanno annunciato di sospendere le loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell'agenzia di stampa Ramattan, e l'ho visto sdegnato agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere. L'ONU cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa vuole durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non rispetta. "I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli" ho sentito Ging dichiarare a due passi da me.

Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali chissà perché Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l'immane catastrofe innaturale che da tredici giorni ha colpito Gaza. Queste le sue parole: "L’altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aeri che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono, sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all’ orizzonte, Gaza. La collina e’ diventata anche meta turistica per gli Israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo."
Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza, una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestre e vedo che hanno colpito l'edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E' uno dei palazzi più alti di tutta Gaza city, l'Al Jaawhara building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo. All'ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele sta adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al Qaeda, bombarda un edificio, attende l'arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un'altra bomba che fa strage di quest'ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporters, gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrando sorridendo, i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d' essersela cavata, il suo collega Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la secondo esplosione lo ha ucciso. Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l'altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga Il Manifesto, né vi siano affezionati visitatori del mio blog.
Restiamo umani.
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mercoledì 31 dicembre 2008

Da un'idea...

di Alfio Maria Fiamingo

Non è importante quanto un'idea riesca ad avere diffusione nel pensiero comune, nella sua immediatezza.
Ma quanto riesca ad incidere, realmente, nel tempo, a prescindere da quanto ne occorra perché sia condivisa ed accettata.
Un'idea è già forte, e ci si crede quanto più è nella coscienza di chi prova a sostenerne il valore, nel momento stesso in cui nasce nel pensiero di chi la propone.
Forse è anche questo, un po', il bello di internet. C'è una data per molte delle cose della vita; e, su un blog, le date restano.
Ci sono idee che avranno una loro data, prima o poi; e altre che avranno accompagnato, invece, soltanto un tratto della nostra vita, comunque arricchendola del senso che abbiamo ritenuto avessero.
Non è difficile provare a comprendere.
Basta avere una mente aperta e libera.
E idee che sappiano proporsi, nel rispetto delle tante, come altre dal coro di chi resta ad inseguire le mode.
Provarsi a chiedere "E se invece?", può essere un esercizio utile per crescere nell'unico confronto che vale davvero la pena di avere, quello di tutti i giorni con se stessi.
Perché gli altri si ascoltano, ma si gareggia con quel che si prova a capire di sé, fuori da false competizioni e personalismi vuoti di significato.

Mi sono occupato altre volte delle nuove prospettive che la rete apre alla diffusione delle notizie e delle opinioni. E' un tema che appartiene a cosa sarà nel prossimo futuro, inevitabilmente; c'è chi ha già compreso in che direzione ci stiamo muovendo, c'è chi continua a nasconderlo, innanzitutto a se stesso; c'è chi prova a resistere nelle posizioni in cui si trova, di privilegio forse, e non ha abbastanza risorse mentali per aprirsi al domani, interpretando i mutamenti nel senso che potrebbe consentirgli di rimanere credibile... cercando, piuttosto, di rimandare il più possibile gli effetti che verranno fuori dalle conseguenze dell'affermarsi della rete sul web.
Anche nel futuro avrà più valore non già il numero, ma la qualità dei numeri; e, in questo, conterà in misura decisiva, anche in proiezione della stessa esistenza di una editoria sul web.
Perché non avrà peso la quantità dei flussi, ma la permanenza di lettura e di visione dei contenuti proposti.
Oggi è ancora un tempo per immaginare, e per la riflessione. Nell'immediato, poi, sarà invece un tempo per nuovi assetti ed equilibri... crolleranno alcune delle certezze alle quali continuano ad accostarsi taluni, troveranno espressione forme di comunicazione che non è difficile immaginare sin da adesso. Basta saper guardarsi attorno e, soprattutto, saper guardare altrove che dinanzi a sé.

Se vediamo cosa accade ai grandi gruppi editoriali - carta stampata e multimedia - una cosa appare nella sua evidenza: il persistere di una concezione del rapporto tra chi fa informazione e chi ne fruisce, ancorata al vecchio concetto di distinzione tra chi dà la notizia, o offre il suo commento, e coloro che ne sono i destinatari. Sulla rete, da questo punto di osservazione, succede ancora che i grandi gruppi editoriali si muovano su questa vecchia linea, pur provando a mimetizzarla con la possibilità di commentare, di scrivere una mail, di segnalare l'articolo o il video o il link a cui si fa riferimento.
Manca, in realtà, l'essenza del nuovo offerto dalla comunicazione in rete: l'interazione, l'analisi condivisa; e il dialogo, lo scambio di visuale che dovrebbe conseguirne. Il sito web di un quotidiano o di un periodico persiste nell'impostazione di sempre, che è tipica della carta stampata; così nel caso delle televisioni, con la loro staticità d'origine, legata alla natura stessa del mezzo, che impedisce qualsiasi forma di partecipazione.
Si parla di linea editoriale riferendosi a cosa è accaduto e continua ad accadere nel percorso da un senso all'altro che ha caratterizzato, da sempre, il modo di informare; e questo avviene anche in rete, nella concezione, che è poi la loro visione delle cose, dei grandi gruppi editoriali: senza che ci siano quei mutamenti obbligati che la diversa tipologia del mezzo presuppone come essenziali.
Personalmente non condivido l'idea di chi si oppone a un finanziamento pubblico all'editoria e ne ho scritto altre volte i motivi; quello più importante credo sia il non esporre gli editori puri alla tentazione di farsi interpreti di interessi privati e particolari, in contrasto con il loro libero pensare e con il credere o meno in specifiche loro idee; e, un po', anche con quella che dovrebbe essere una corrispondenza obiettiva tra la realtà e cosa se ne riferisce. In Italia, ma è così un po' dovunque, mancano gli editori puri o sono pochi... quei pochi, poi, spesso non riescono a restare indipendenti dai gruppi maggiori, se non con grandi sforzi e non a lungo. Non c'è giornale che non abbia bisogno d'aiuti economici e non serve dirlo tra queste righe, perché anche i più tenaci nel manifestare la loro indipendenza hanno accettato, in un passato non lontano, i contributi di gruppi industriali con i quali erano e sono persino in contrasto.
Questa è la linea che è stata tracciata da stampa e tv, per il loro stesso essere nell'impossibilità di interagire con i destinatari del prodotto informazione.

Cosa offre la rete.
I quotidiani e le riviste che esistono da più di cent'anni hanno trovato il loro spazio nell'assenza di altri concorrenti; e si sono legati al territorio, a volte creando un feeling con i lettori che ha permesso il loro espandersi su aree sempre maggiori, anche a livello nazionale, per la credibilità e l'autorevolezza che hanno saputo mostrare di avere e per le firme che hanno caratterizzato le loro pagine; per il loro riuscire ad essere presenti nella notizia. Nel dopoguerra, sul vuoto che è tipico dei periodi post bellici, e sulle nuove e più diffuse richieste di informazione e di sapere, hanno trovato un loro spazio altri quotidiani e riviste, alcuni vincendo sul territorio di apparteneza la sfida con altre testate, che è propria della fase di avvio di qualcosa. Così raccontano i giornalisti che hanno vissuto quegli anni, nel ricordarne. Ed è accaduto più volte, e un po' dappertutto, che ci siano state alternative che spesso hanno fallito nel loro proporsi, senza poter rappresentare quella pluralità che è la base stessa delle condizioni pratiche di una democrazia. Il costo di un prodotto editoriale, cartaceo o televisivo, è difficile da sostenere, nonostante i contributi dello Stato e gli introiti della pubblicità: impianti di stampa, incidenza proibitiva della carta, spese per la distribuzione, compensi alle edicole; impianti di trasmissione, antenne, ponti di ripetizione del segnale, studi televisivi, attrezzature tecniche...
Se chiedessimo a un gruppo di giornalisti, che ha provato a costruire un prodotto editoriale nel prossimo passato, quale tra le cause del mancato affermarsi della loro iniziativa ha inciso di più nella loro decisione di abbandonarla, sicuramente metterebbero al primo posto l'insostenibilità economica della stessa.
La realizzazione di un prodotto editoriale in rete non ha, invece, i costi di una struttura rigida, anche con riferimento ai tecnici e a coloro che sono di supporto all'attività: non occorre una sede che abbia una superficie ampia, ciascuno può collaborare da una postazione qualsiasi e, in particolare, da una qualsiasi parte del mondo; i costi di segreteria e di amministrazione sono decentrati, come avviene anche in altri settori; la copertura delle diverse aree non ha bisogno di spostamenti e delle risorse destinate a quegli spostamenti; i mezzi tecnici occorrenti non richiedono una spesa neanche lontanamente paragonabile a quella che sostengono gli attuali network.

Si aprono nuovi spazi di pluralità e di libertà. Nuove strade alla concorrenza, secondo me illimitate anche nel tempo, perché, in quest'ottica, chi saprà arrivare a leggere il futuro, non arriverà mai tardi, se affiderà il motivo dell'esistenza di una voce, tra le varie, a qualcosa che sarà legato a una sua originalità propria.
Cambia il senso, da univoco a condiviso. Ed è come rovesciare la superficie di qualcosa, si scopre un'infinità di variabili che prima non avevano la possibilità di trovare espressione in concreto.
Già alcuni esperimenti di aggregazione in rete trovano il loro riscontro e, in prospettiva, anche a guardarci appena dietro, anche i blog, forse, apparterranno a un ricordo, intesi come mezzo di informazione e di scambio di idee; non invece nel senso del desiderio di ciascuno di mettere in relazione il proprio pensare con quello di chi vorrà dialogarne, su quei pensieri.
A volare sopra il deserto si scopre quanto sia piccolo il mondo, rispetto al web; quanto il dolore o la felicità siano vicini; quanto non abbia senso restare imprigionati in una stortura di diversità che la mancanza di immediatezza ha lasciato che attecchisse nel modo di percepire che ci ha accompagnato finora. Eppure in molti, a proposito di grandi gruppi editoriali, non se ne sono accorti. E se andiamo a visitare le pagine web di un quotidiano importante o di una rivista che abbia un nome legato agli anni della nostra storia, troviamo lo stesso tipo di impostazione intrecciato con gli stessi anni che hanno visto il loro acquisire posizioni in passato, privo della lettura del nuovo, che già ora apre itinerari senza limite di sviluppo da seguire.
Quando la tv - nonostante le opportunità del digitale siano ancora da cogliere [ne ho scritto in altri post] e, per come vanno le cose, forse non verranno mai colte, tanto veloce è il muoversi della diffusione delle nuove tecnologie e della loro accessibilità - viaggerà soltanto in rete; quando i quotidiani non saranno più in edicola, ma solo on-line; e continueranno ad esistere su carta stampata solo i periodici di approfondimento e i libri; allora ci sarà spazio per nuove realtà, anche al di fuori degli assetti editoriali di adesso.
Non accorgersi che tutto ripartirà da posizioni eguali, per chi pensa ancora di poter contare su quanto gli appartiene, darà altri e ampi margini ai nuovi interpreti del rovesciamento di prospettive che deriva dalla molteplicità delle linee che scorreranno, intersecandosi, i sensi e le vie attraverso le quali l'informazione interagirà in uno scambio illimitato, come lo è il numero di link sul web.

Alfio Maria Fiamingo

pubblicato su http://alfiofiamingo.blogspot.com il 15 e il 29 dicembre 2008

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