
di Emanuela Melchiorre
Il bilancio che è stato fatto a fine anno è negativo, su tutta la linea. Sono andati infatti in fumo 11 mila miliardi di euro di capitalizzazione in tutto il mondo nel 2008. Gli esperti, almeno quelli più ottimisti, pensano che i primi tre mesi del 2009 porteranno alcuni sviluppi positivi all'attuale situazione. Quali però essi potranno essere è di non facile previsione. I più pessimisti sostengono che occorrerà aspettare l'inizio del 2010 prima di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook di ottobre, stimava una crescita del Pil mondiale del 2,2% per il 2009. Tale stima, secondo quanto sostenuto dal Fondo stesso, subirà una revisione al ribasso nel corrente mese di gennaio. La Goldman Sachs, dal canto suo, stima per il 2009 un'espansione globale del reddito dello 0,6%. Le aspettative dell'Institute of International Finance, l'associazione internazionale delle grandi banche, rende noto Il Sole 24 Ore, sono ben più pessimistiche. L'istituto prevede, infatti, una riduzione del Pil mondiale dello 0,4% nell'anno prossimo. Ma anche questa sembra essere una previsione piuttosto ottimista, perché non tiene conto del precipitare degli eventi economici e non solo finanziari a novembre e a dicembre.

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Queste perdite si tramutano, quindi, in un ridimensionamento dei listini di borsa di variazioni percentuali molto ampie. La Russia e la Cina hanno subito la più alta variazione percentuale negativa, di oltre il 60%. Le altre borse asiatiche, Giappone e India, sono state altrettanto penalizzate dalla crisi finanziaria. In Europa, la Germania, la Francia e la Spagna hanno ridotto il valore complessivo della capitalizzazione di borsa del 40%. Se i titoli azionari e obbligazionari hanno perso miliardi in capitalizzazione, non è andata meglio ai fondi comuni di investimento che, in ognuna delle loro tipologie, hanno avuto riduzioni molto ampie.

Anche il prezzo del petrolio non si è sottratto quest'anno alle attenzioni della speculazione e ha visto una impennata del suo valore quotato a luglio 2008, superando i 140 dollari al barile, per poi sgonfiarsi rapidamente fino ad un terzo del suo livello, a dimostrazione che l'aumento delle quotazioni era meramente speculativo, con tutte le conseguenze che lo scoppio della bolla speculativa lascia sul terreno della macroeconomia. Tra l'altro, occorre notare che se gli incrementi del prezzo del petrolio si ripercuotono rapidamente, rialzando a catena tutti i prezzi della filiera produttiva, non altrettanto si può dire per le variazioni del prezzo di segno inverso. Infatti, al rapido ridimensionamento delle quotazioni del petrolio non è corrisposta una riduzione proporzionale del costo delle bollette.
Lo scoppio delle bolle speculative ha prodotto enormi danni anche nell'ambito monetario. In questo settore merita rilevare due aspetti: il crollo della sterlina inglese e l'apprezzamento dell'euro. Circa la sterlina si può osservare che a ottobre del 2008 valeva 1,30 euro ed è poi crollata al valore di sostanziale parità nello scorso mese di dicembre. La causa principale è da individuare nel ruolo della City nell'ambito delle speculazioni finanziarie. Sembra che la Gran Bretagna abbia quasi abbandonato a se stessa l'attività produttiva dei beni per privilegiare la finanza speculativa. Circa l'apprezzamento dell'euro, occorre osservare il suo aspetto deleterio proprio in questo momento: penalizza il settore trainante, cioè l'export dei paesi dell'Unione monetaria, allargatasi a 16 paesi con l'ingresso della Slovacchia.




