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giovedì 8 gennaio 2009

Un anno di borsa e finanza


di Emanuela Melchiorre

pubblicato su http://www.ragionpolitica.it il 05 gennaio 2009

Il primo gennaio del 2009, se ha portato via con sé l'anno vecchio per lasciarci in compagnia del nuovo anno, non spazzerà però via anche gli effetti della crisi finanziaria che sono venuti in essere soprattutto nell'autunno scorso nelle borse valori di tutto il mondo, seguendo a ruota lo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare mondiale.
Il bilancio che è stato fatto a fine anno è negativo, su tutta la linea. Sono andati infatti in fumo 11 mila miliardi di euro di capitalizzazione in tutto il mondo nel 2008. Gli esperti, almeno quelli più ottimisti, pensano che i primi tre mesi del 2009 porteranno alcuni sviluppi positivi all'attuale situazione. Quali però essi potranno essere è di non facile previsione. I più pessimisti sostengono che occorrerà aspettare l'inizio del 2010 prima di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook di ottobre, stimava una crescita del Pil mondiale del 2,2% per il 2009. Tale stima, secondo quanto sostenuto dal Fondo stesso, subirà una revisione al ribasso nel corrente mese di gennaio. La Goldman Sachs, dal canto suo, stima per il 2009 un'espansione globale del reddito dello 0,6%. Le aspettative dell'Institute of International Finance, l'associazione internazionale delle grandi banche, rende noto Il Sole 24 Ore, sono ben più pessimistiche. L'istituto prevede, infatti, una riduzione del Pil mondiale dello 0,4% nell'anno prossimo. Ma anche questa sembra essere una previsione piuttosto ottimista, perché non tiene conto del precipitare degli eventi economici e non solo finanziari a novembre e a dicembre.


Certo è che il presidente eletto Barack Hussein Obama, che s'insedierà alla Casa Bianca in questo mese di gennaio, dovrà affrontare una crisi di enormi proporzioni che ha colpito il suo Paese più di ogni altro. La perdita di capitalizzazione nell'anno appena concluso è stata, negli Stati Uniti, di oltre 3.600 miliardi di euro per i titoli quotati nell'indice S&P 500, oltre i 1000 miliardi per i titoli del Dow Jones e oltre 700 miliardi per quelli Nasdaq. Nel complesso si tratta di cifre imponenti, suscettibili inoltre di aumentare e non di diminuire. Le perdite in Asia sono state altresì rilevanti. In particolare la borsa giapponese ha perso 1.100 miliardi di euro e la Cina ha perso 1.000 miliardi, sempre di euro.

In Europa, la nazione che più di ogni altra ha sentito gli effetti della crisi, sempre limitatamente all'indice di capitalizzazione delle borse valori, è stata la Francia (576 miliardi di euro), seguita a breve distanza dalla Russia (544), dalla Gran Bretagna (515) e dalla Germania (407). Un moderato risultato positivo può essere colto se si guarda all'Italia, che si trova all'ultimo posto della classifica delle principali borse mondiali, con una perdita di 133 miliardi di euro, anche se ciò ha significato una contrazione del mercato borsistico di quasi il 50% del suo valore in capitalizzazione.
Queste perdite si tramutano, quindi, in un ridimensionamento dei listini di borsa di variazioni percentuali molto ampie. La Russia e la Cina hanno subito la più alta variazione percentuale negativa, di oltre il 60%. Le altre borse asiatiche, Giappone e India, sono state altrettanto penalizzate dalla crisi finanziaria. In Europa, la Germania, la Francia e la Spagna hanno ridotto il valore complessivo della capitalizzazione di borsa del 40%. Se i titoli azionari e obbligazionari hanno perso miliardi in capitalizzazione, non è andata meglio ai fondi comuni di investimento che, in ognuna delle loro tipologie, hanno avuto riduzioni molto ampie
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Come è ormai noto, la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi economica, che ha colpito oltre alle banche anche il settore dell'auto in tutti i paesi, compreso il Giappone. Per ora la crisi sembra aver colpito in misura molto pesante gli Stati Uniti, visto che ha portato sulla soglia del fallimento le tre grandi aziende americane, dette le «Tre Sorelle» (General Motors, Ford e Chrysler), e che avrà i suoi effetti su tutto l'indotto.
Anche il prezzo del petrolio non si è sottratto quest'anno alle attenzioni della speculazione e ha visto una impennata del suo valore quotato a luglio 2008, superando i 140 dollari al barile, per poi sgonfiarsi rapidamente fino ad un terzo del suo livello, a dimostrazione che l'aumento delle quotazioni era meramente speculativo, con tutte le conseguenze che lo scoppio della bolla speculativa lascia sul terreno della macroeconomia. Tra l'altro, occorre notare che se gli incrementi del prezzo del petrolio si ripercuotono rapidamente, rialzando a catena tutti i prezzi della filiera produttiva, non altrettanto si può dire per le variazioni del prezzo di segno inverso. Infatti, al rapido ridimensionamento delle quotazioni del petrolio non è corrisposta una riduzione proporzionale del costo delle bollette.
Analogo discorso andrebbe fatto per i generi alimentari.
Lo scoppio delle bolle speculative ha prodotto enormi danni anche nell'ambito monetario. In questo settore merita rilevare due aspetti: il crollo della sterlina inglese e l'apprezzamento dell'euro. Circa la sterlina si può osservare che a ottobre del 2008 valeva 1,30 euro ed è poi crollata al valore di sostanziale parità nello scorso mese di dicembre. La causa principale è da individuare nel ruolo della City nell'ambito delle speculazioni finanziarie. Sembra che la Gran Bretagna abbia quasi abbandonato a se stessa l'attività produttiva dei beni per privilegiare la finanza speculativa. Circa l'apprezzamento dell'euro, occorre osservare il suo aspetto deleterio proprio in questo momento: penalizza il settore trainante, cioè l'export dei paesi dell'Unione monetaria, allargatasi a 16 paesi con l'ingresso della Slovacchia.

Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 05 gennaio 2009

mercoledì 31 dicembre 2008

Il lato chiaro e quello oscuro di Obama

di Gabriele Cazzulini
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 novembre 2008
C'è un aspetto in cui Obama è come Bush: essere un leader, anche se in fasi temporali diverse. Bush è stato un leader; Obama deve dimostrare di esserlo veramente. Quando nel 2004 Bush conquistò il secondo mandato e un posto nella storia, vinse rinvigorendo il legame diretto con gli americani. Tanta radio e tantissime strette di mano del presidente segnarono la sconfitta dello sfidante democratico John Kerry. Quattro anni dopo Obama è un idolo mediatico che spopola sul web. Piace a prescindere dalle vaghissime promesse che è abituato a staccare come fossero assegni in bianco.
Ora bisogna controllare se Obama dispone di un reale capitale politico per mantenere le sue promesse e ripagare gli elettori della fiducia concessa in tempi in cui il credito è diventato una risorsa rara. Obama stravince confermando la regola aurea della democrazia americana: il presidente dev'essere un leader, un capo che oltre a governare usando la prima persona singolare sia anche l'anello di congiunzione tra stato e popolo. Che piaccia o meno, la lezione americana non spiega solo che gli Usa sono la terra dove la possibilità diventa una realtà. Il primo afro-americano che diventa presidente senza neppure aver compiuto cinquant'anni.
La Casa Bianca ha le porte aperte. Questo è l'aspetto sociale della democrazia. Ma c'è anche un aspetto politico molto più importante. Afro-americano o wasp, alto o basso, giovane o vecchio, ricco o povero, il presidente dev'essere un leader. Non c'è spazio per equilibrismi politici, compromessi, tregue. Sono parole espunte dal gergo delle campagne elettorali americane. Non si parla mai di grande coalizione o di governo di unità nazionale. Neppure in tempi così neri. Chi vince, governa. Da solo. E' una fortissima semplificazione che deriva proprio dalla natura carismatica del presidente. Ma questo espone Obama, come chiunque altro neo-eletto alla Casa Bianca, all'effetto collaterale di vedere amplificate le sue azioni, buone e cattive. Un errore può diventare una tragedia; un successo si moltiplica in un trionfo. C'è troppa attesa che è già diventata una sorta di realtà in attesa di conferma o smentita. D'altronde fino a pochi anni fa Obama neppure esisteva nell'immaginario americano. Per vincere rispetto ad un McCain dalla solida biografia politica è stato necessario dare vita ad una specie di avatar virtuale di Obama che garantisse le qualità necessarie di un presidente come surrogato per l'esperienza che non c'era e non si poteva certo inventare. Ecco la martellante campagna mediatica per costruire l'avatar di Obama - ma adesso dall'avatar si è passati all'uomo in carne ed ossa.


L'America resta in crisi. L'economia è in panne e il nuovo presidente è un'incognita. Repubblicani a parte, sono tutti felici, nonostante il cielo sopra l'America sia grigio plumbeo. In Europa è impossibile vivere una situazione così drammatica con un tale slancio di fiducia verso il futuro. Infatti siamo in pieno revival del '68. Qui, tra i fori cadenti e gli atri muscosi di manzoniana memoria, Obama è solo un'icona che attira i curiosi e gli ingenui; al massimo c'è Veltroni che fa il pappagallo a qualunque cosa Berlusconi dica su Obama. Un po' poco per auto-nominarsi l'Obama tricolore e troppo poco se questo diventa solo una maschera che Veltroni si mette sulla sua faccia per recuperare punti tra l'elettorato. Ma questa maschera non fa guadagnare a Veltroni neppure il rispetto dei gerarchi del Pd. Obama è già un marchio di successo, un altro logo della superpotenza americana. Ci vuole ben altro e ben altri per clonarlo con successo. Le patacche si vedono subito.

Gabriele Cazzulini

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 novembre 2008

Stati Uniti, con Obama ha vinto la speranza


di Orlando Sacchelli

Il giorno più lungo degli Stati Uniti si è aperto con lunghe file per andare a votare. La campagna elettorale più lunga del mondo – da alcuni criticata perché troppo dispendiosa (ma la trasparenza è massima) – è iniziata più di un anno fa con le primarie. Si dovevano scegliere i candidati, coloro che avrebbero gareggiato per la "conquista" della Casa Bianca. E' stato uno scontro vero, durissimo, senza esclusione di colpi. Poi, con l’individuazione – con metodo democratico, è bene sottolinearlo – dei due sfidanti, è partita la corsa. Quattro novembre 2008, una data da ricordare: a vincere è la democrazia, a vincere sono i cittadini americani.
Negli Stati Uniti ha vinto la speranza, quella speranza di cambiamento che Barack Obama ha saputo accendere nell'animo dei cittadini. Sin dall'inizio, con le primarie, è stato il suo slogan-tormentone: "Yes we can" ("Sì possiamo farcela"). Gli americani gli hanno creduto e, a dire il vero, Obama ha conquistato la fiducia di moltissime persone anche al di fuori degli Usa. Sembrerà retorico ma con Obama ha davvero vinto il "sogno americano". Basta leggersi la biografia del neoeletto presidente per capire quanti passi in avanti abbia saputo fare la democrazia americana dal punto di vista della società multirazziale e multiculturale. Per questo l'ingresso del primo afroamericano alla Casa Bianca rappresenta la speranza che si fa realtà, il sogno che si avvera come nei film, quelli che noi europei chiameremmo - un po' da snob - americanate. Invece è tutto vero. Si è detto e si è scritto molto di queste elezioni: le più costose della storia, le più tecnologiche, le più partecipate. Di promesse, in campagna elettorale, ne sono state fatte tante, forse troppe. Ma questo fa parte della politica in ogni angolo del mondo. Ora, per Obama, verrà la fase più dura ma forse anche più avvincente: cercare di tramutare in realtà il "sogno del cambiamento". Per alcuni si è trattato - e si tratta - di un sogno vuoto, pieno di retorica ma privo di reali contenuti. Credo sia un giudizio troppo ingeneroso e ancor più irrispettoso verso tutti quei cittadini che hanno dato corpo al loro desiderio di cambiare aria a Washington. Si tratterà di aspettare e vedere cosa Obama sarà in grado di fare in concreto. La sua agenda politica è ricca: dal ritorno al multilateralismo in politica estera (senza rinnegare il ruolo di leadership degli Usa), alla riduzione delle tasse per chi guadagna meno di 250mila dollari con conseguente aumento per chi è più benestante, dalla riforma della sanità (il grande sogno democratico di garantire a tutti l'assistenza di base) fino al rilancio di un'economia sempre più in crisi. Sin dall'inizio Obama ha parlato della necessità di redistribuire la ricchezza. Un intento che i repubblicani hanno bollato come "socialista". Ma si tratta solo di una diversa visione dei compiti dello Stato: con Obama, così come prima di lui è avvenuto con Clinton - per citare l'ultimo dei presidenti democratici - non si metterà mai in discussione l'importanza del libero mercato e dell'iniziativa privata. Tra l'altro l'ortodossia non interventista repubblicana è stata ampiamente rinnegata da George W. Bush, coi salvataggi di Stato per fronteggiare l'ultima gravissima crisi finanziaria. Il programma politico di Obama è molto vasto e articolato. La sua realizzazione dipenderà anche da cosa accadrà nel mondo, con le crisi internazionali e gli equilibri geopolitici delle aree calde mediorientali. Forse per fare qualcosa di veramente significativo, in grado di lasciare il segno, occorrerà lavorare per otto anni, due mandati. Obama se ne rende conto e ha già messo le mani avanti nel suo primo discorso da presidente a Chicago. L'America cambia, l'America volta pagina. Non si tratta solo del sogno che diventà realtà. Non si tratta solo del riscatto epocale di una minoranza. Obama ha portato a votare moltissimi giovani - bianchi e neri - avvicinando una generazione che si sentiva distante, sfiduciata, tenuta in disparte. Questo forse sarà il compito più difficile per Obama: non fare affievolire, com'è nella natura delle cose, la vigorosa speranza che moltissimi giovani hanno riposto in lui.

Piovono, intanto, critiche sulle scelte di Barack Obama per lo "staff economico". Massimo Gaggi, in un editoriale sul Corriere della sera, ha parlato di "delusione", mettendo una accanto all'altra due campane diverse: da un lato la stampa ultra liberal americana, molto critica, dall'altro gli apprezzamenti di alcuni commentatori repubblicani. Un Presidente di sinistra che, per le sue prime decisive mosse in campo economico finisce con l'essere apprezzato dalla destra, parte male? La questione, secondo me, è mal posta: dai programmi ambiziosi e gli slogan della campagna elettorale si deve passare alla concretezza, necessaria per governare un Paese. Sarebbe stato lo stesso se avesse vinto McCain. Piazzando nei posti chiave alcuni "guru" dell'era Clinton (che tra l'altro avevano operato bene), Obama dimostra di essere un pragmatico. Tecnici a parte conterà la "visione d'insieme"; la cabina di regia, la scelta della rotta da seguire resta, com'è doveroso, al presidente, che potrà (e dovrà) imprimere una svolta rispetto agli ultimi otto anni. Altra questione è la Difesa. Qui Obama ha deciso di confermare Robert Gates, l'uomo che un paio di anni fa ha sostituito il contestato Rumsfeld al Pentagono. E' un segnale di continuità quello che il neo presidente eletto vuole dare. Un segnale a uso interno (per rassicurare i militari) ma soprattutto esterno: Washington vuol far capire che, anche se i piani di Obama non coincidono con quelli di Bush, gli Stati Uniti non intendono lasciare questioni aperte in giro per il mondo. Si parla di Afghanistan ma, soprattutto, di Iraq. Obama vorrebbe concentrare tutti gli sforzi su Kabul, lasciando, piano piano, Baghdad. Ma la cosa non si può fare dall'oggi al domani. Occorre una strategia accurata e serve un minimo di stabilità. Non si può dare un segnale di debolezza ai terroristi, soprattutto ora, dopo i terribili attentati di Mumbai e i recenti farneticanti proclami del numero due di al Qaeda al Zawahiri.

Orlando Sacchelli

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