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venerdì 23 gennaio 2009

Tremonti: dopo la crisi l'Italia sarà più forte


di Aurora Franceschelli pubblicato su www.ragionpolitica.it

Da quando il Big Bang di un'economia finanziaria senza regole ha preso il sopravvento sull' economia reale, il concetto di sviluppo economico ha rischiato di essere fagocitato dall'evoluzione incessante dei mercati finanziari. In un mondo interconnesso, in cui la tecnofinanza globale è salita in cattedra, la crisi dei mutui subprime scoppiata negli Stati Uniti ha proiettato i suoi effetti perversi anche sul Vecchio Continente, colpendo in modo eclatante soprattutto il settore immobiliare e assicurativo della Gran Bretagna, la prima centrale finanziaria europea.
E' da un po' di tempo, ormai, che stiamo assistendo al susseguirsi di situazioni emergenziali negli Stati Uniti: si va dalla recente richiesta di amministrazione controllata da parte della quarta banca americana d'investimento Lehman Brothers, poi fallita, al salvataggio in extremis del primo gruppo assicurativo al mondo, il colosso Aig, grazie ad un piano che, oltre al finanziamento (85 miliardi di dollari) della Fed, prevede che la compagnia passi sotto il controllo del Governo; dall'acquisto da parte di Bank of America di Merrill Lynchs all'acquisizione da parte di Jp Morgan della banca d'affari Bear Sterns; senza contare il fatto che ora, a quanto pare, nemmeno due colossi come Goldman Sachs e Morgan Stanley navigano in buone acque. A questi accadimenti si sommano poi le decisioni recenti, assunte da Washington, di aiutare, in alcuni casi di nazionalizzare, alcuni istituti di credito come Fannie Mae e Freddy Mac.
Cosa è accaduto? In sostanza il mondo della finanza dura e «impura» - e il riferimento è a quelle istituzioni finanziarie che hanno fatto fortune esclusivamente con i proventi di un'attività finanziaria slegata al caposaldo del risparmio - ha concesso crediti in modo scellerato, e gli effetti negativi di questa mancanza di rigore si sono poi riversati sui mercati finanziari e quindi sull'ultimo anello della catena, i risparmiatori, che hanno subìto le consegueste più nefaste di un'eccessiva finanziarizzazione dell'economia.
Eppure, in un quadro in cui le borse di mezzo mondo bruciano miliardi su miliardi e in cui la speculazione finanziaria ha drogato gli scenari economici, la crisi, così come insegna anche la storia dei cicli economici e come ha tenuto ha sottolineare il ministro dell'Economia Tremonti, se ora rischia di aggravarsi, prima o poi è destinata ad esaurirsi. E' in proiezione di tale prospettiva che il nostro Governo si è impegnato in un'operazione delicata, che consiste nel leggere in profondità la situazione mondiale per poter collocare correttamente l'Italia in un contesto più ampio, e quindi internazionale, di sviluppo del nostro Sistema Paese.
Ed è proprio sullo scenario internazionale che l'Italia, per voce del nostro governo, vuole farsi portatrice autorevole di istanze ormai improcrastinabili, che fanno capo alla necessità di garantire più ordine a livello globale: ecco perché, in occasione della presidenza italiana del G8, Tremonti ritiene fondamentale che il nostro Paese assuma un ruolo propositivo, volto a stimolare la riorganizzazione di un quadro generale di regole del gioco che vietino, come ha riferito il ministro dell'Economia, il perpetuarsi di «alcuni contratti, di bilanci falsi e di paradisi fiscali» che minano la fiducia nei confronti dei mercati e che colpiscono prima di tutto i risparmiatori. Secondo Tremonti la crisi della banca d'investimento Lehman Brothers non rappresenta solo ed esclusivamente il fallimento di una banca, ma anche e soprattutto «la fine di un mondo senza regole», dove la creazione di «ricchezza è fondata sul debito».
In un quadro in cui l'economia si è destabilizzata per effetto della speculazione finanziaria, il ministro dell'Economia dipinge la situazione italiana con una vena di ottimismo, sostenendo che dopo la crisi l'Italia sarà più forte di prima e più forte degli altri, persino degli Stati Uniti: questo perché «il sistema bancario è solido e quello finanziario stabile». Da noi, in sostanza, le famiglie si indebitano molto meno di quanto accada all'estero, e questo va a tutto vantaggio di quote di risparmio molto consistenti. Ecco perché in Italia l'impatto di quanto è accaduto sul castello di carta dei mercati finanziari sarà sicuramente molto più contenuto.
Non solo, il nostro Paese, grazie all'abilità dei suoi piccoli e medi imprenditori, ha saputo affrontare le sfide dei paesi emergenti ristrutturando e rinnovando dall'interno la sua industria, un industria che, assieme a quella tedesca, sembra reggere ancora bene: se da una parte, complice la crisi economica dei nostri più grossi clienti occidentali, sono rallentate le esportazioni verso gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Giappone, dall'altra si assiste ad una buona crescita dell'export verso Paesi emergenti quali Brasile, Cina e Russia. E non a caso il Wto ha certificato il sistema industriale italiano come secondo solo alla Germania in quanto a competitività nell'ambito dei paesi Ocse. Se poi consideriamo che la direzione intrapresa dal Governo Berlusconi è quella di lottare per risolvere alcuni nodi strutturali che hanno frenato la crescita del nostro Paese come il problema infrastrutturale, l'inefficienza della Pubblica amministrazione e la carenza di fonti energetiche, la prospettiva che abbiamo di fronte, soprattutto a lungo raggio, appare molto più serena.
Aurora Franceschelli


pubblicato su www.ragionpolitica.it

giovedì 8 gennaio 2009

Un anno di borsa e finanza


di Emanuela Melchiorre

pubblicato su http://www.ragionpolitica.it il 05 gennaio 2009

Il primo gennaio del 2009, se ha portato via con sé l'anno vecchio per lasciarci in compagnia del nuovo anno, non spazzerà però via anche gli effetti della crisi finanziaria che sono venuti in essere soprattutto nell'autunno scorso nelle borse valori di tutto il mondo, seguendo a ruota lo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare mondiale.
Il bilancio che è stato fatto a fine anno è negativo, su tutta la linea. Sono andati infatti in fumo 11 mila miliardi di euro di capitalizzazione in tutto il mondo nel 2008. Gli esperti, almeno quelli più ottimisti, pensano che i primi tre mesi del 2009 porteranno alcuni sviluppi positivi all'attuale situazione. Quali però essi potranno essere è di non facile previsione. I più pessimisti sostengono che occorrerà aspettare l'inizio del 2010 prima di cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook di ottobre, stimava una crescita del Pil mondiale del 2,2% per il 2009. Tale stima, secondo quanto sostenuto dal Fondo stesso, subirà una revisione al ribasso nel corrente mese di gennaio. La Goldman Sachs, dal canto suo, stima per il 2009 un'espansione globale del reddito dello 0,6%. Le aspettative dell'Institute of International Finance, l'associazione internazionale delle grandi banche, rende noto Il Sole 24 Ore, sono ben più pessimistiche. L'istituto prevede, infatti, una riduzione del Pil mondiale dello 0,4% nell'anno prossimo. Ma anche questa sembra essere una previsione piuttosto ottimista, perché non tiene conto del precipitare degli eventi economici e non solo finanziari a novembre e a dicembre.


Certo è che il presidente eletto Barack Hussein Obama, che s'insedierà alla Casa Bianca in questo mese di gennaio, dovrà affrontare una crisi di enormi proporzioni che ha colpito il suo Paese più di ogni altro. La perdita di capitalizzazione nell'anno appena concluso è stata, negli Stati Uniti, di oltre 3.600 miliardi di euro per i titoli quotati nell'indice S&P 500, oltre i 1000 miliardi per i titoli del Dow Jones e oltre 700 miliardi per quelli Nasdaq. Nel complesso si tratta di cifre imponenti, suscettibili inoltre di aumentare e non di diminuire. Le perdite in Asia sono state altresì rilevanti. In particolare la borsa giapponese ha perso 1.100 miliardi di euro e la Cina ha perso 1.000 miliardi, sempre di euro.

In Europa, la nazione che più di ogni altra ha sentito gli effetti della crisi, sempre limitatamente all'indice di capitalizzazione delle borse valori, è stata la Francia (576 miliardi di euro), seguita a breve distanza dalla Russia (544), dalla Gran Bretagna (515) e dalla Germania (407). Un moderato risultato positivo può essere colto se si guarda all'Italia, che si trova all'ultimo posto della classifica delle principali borse mondiali, con una perdita di 133 miliardi di euro, anche se ciò ha significato una contrazione del mercato borsistico di quasi il 50% del suo valore in capitalizzazione.
Queste perdite si tramutano, quindi, in un ridimensionamento dei listini di borsa di variazioni percentuali molto ampie. La Russia e la Cina hanno subito la più alta variazione percentuale negativa, di oltre il 60%. Le altre borse asiatiche, Giappone e India, sono state altrettanto penalizzate dalla crisi finanziaria. In Europa, la Germania, la Francia e la Spagna hanno ridotto il valore complessivo della capitalizzazione di borsa del 40%. Se i titoli azionari e obbligazionari hanno perso miliardi in capitalizzazione, non è andata meglio ai fondi comuni di investimento che, in ognuna delle loro tipologie, hanno avuto riduzioni molto ampie
.
Come è ormai noto, la crisi finanziaria si è trasformata in una crisi economica, che ha colpito oltre alle banche anche il settore dell'auto in tutti i paesi, compreso il Giappone. Per ora la crisi sembra aver colpito in misura molto pesante gli Stati Uniti, visto che ha portato sulla soglia del fallimento le tre grandi aziende americane, dette le «Tre Sorelle» (General Motors, Ford e Chrysler), e che avrà i suoi effetti su tutto l'indotto.
Anche il prezzo del petrolio non si è sottratto quest'anno alle attenzioni della speculazione e ha visto una impennata del suo valore quotato a luglio 2008, superando i 140 dollari al barile, per poi sgonfiarsi rapidamente fino ad un terzo del suo livello, a dimostrazione che l'aumento delle quotazioni era meramente speculativo, con tutte le conseguenze che lo scoppio della bolla speculativa lascia sul terreno della macroeconomia. Tra l'altro, occorre notare che se gli incrementi del prezzo del petrolio si ripercuotono rapidamente, rialzando a catena tutti i prezzi della filiera produttiva, non altrettanto si può dire per le variazioni del prezzo di segno inverso. Infatti, al rapido ridimensionamento delle quotazioni del petrolio non è corrisposta una riduzione proporzionale del costo delle bollette.
Analogo discorso andrebbe fatto per i generi alimentari.
Lo scoppio delle bolle speculative ha prodotto enormi danni anche nell'ambito monetario. In questo settore merita rilevare due aspetti: il crollo della sterlina inglese e l'apprezzamento dell'euro. Circa la sterlina si può osservare che a ottobre del 2008 valeva 1,30 euro ed è poi crollata al valore di sostanziale parità nello scorso mese di dicembre. La causa principale è da individuare nel ruolo della City nell'ambito delle speculazioni finanziarie. Sembra che la Gran Bretagna abbia quasi abbandonato a se stessa l'attività produttiva dei beni per privilegiare la finanza speculativa. Circa l'apprezzamento dell'euro, occorre osservare il suo aspetto deleterio proprio in questo momento: penalizza il settore trainante, cioè l'export dei paesi dell'Unione monetaria, allargatasi a 16 paesi con l'ingresso della Slovacchia.

Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 05 gennaio 2009

mercoledì 31 dicembre 2008

Il lato chiaro e quello oscuro di Obama

di Gabriele Cazzulini
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 novembre 2008
C'è un aspetto in cui Obama è come Bush: essere un leader, anche se in fasi temporali diverse. Bush è stato un leader; Obama deve dimostrare di esserlo veramente. Quando nel 2004 Bush conquistò il secondo mandato e un posto nella storia, vinse rinvigorendo il legame diretto con gli americani. Tanta radio e tantissime strette di mano del presidente segnarono la sconfitta dello sfidante democratico John Kerry. Quattro anni dopo Obama è un idolo mediatico che spopola sul web. Piace a prescindere dalle vaghissime promesse che è abituato a staccare come fossero assegni in bianco.
Ora bisogna controllare se Obama dispone di un reale capitale politico per mantenere le sue promesse e ripagare gli elettori della fiducia concessa in tempi in cui il credito è diventato una risorsa rara. Obama stravince confermando la regola aurea della democrazia americana: il presidente dev'essere un leader, un capo che oltre a governare usando la prima persona singolare sia anche l'anello di congiunzione tra stato e popolo. Che piaccia o meno, la lezione americana non spiega solo che gli Usa sono la terra dove la possibilità diventa una realtà. Il primo afro-americano che diventa presidente senza neppure aver compiuto cinquant'anni.
La Casa Bianca ha le porte aperte. Questo è l'aspetto sociale della democrazia. Ma c'è anche un aspetto politico molto più importante. Afro-americano o wasp, alto o basso, giovane o vecchio, ricco o povero, il presidente dev'essere un leader. Non c'è spazio per equilibrismi politici, compromessi, tregue. Sono parole espunte dal gergo delle campagne elettorali americane. Non si parla mai di grande coalizione o di governo di unità nazionale. Neppure in tempi così neri. Chi vince, governa. Da solo. E' una fortissima semplificazione che deriva proprio dalla natura carismatica del presidente. Ma questo espone Obama, come chiunque altro neo-eletto alla Casa Bianca, all'effetto collaterale di vedere amplificate le sue azioni, buone e cattive. Un errore può diventare una tragedia; un successo si moltiplica in un trionfo. C'è troppa attesa che è già diventata una sorta di realtà in attesa di conferma o smentita. D'altronde fino a pochi anni fa Obama neppure esisteva nell'immaginario americano. Per vincere rispetto ad un McCain dalla solida biografia politica è stato necessario dare vita ad una specie di avatar virtuale di Obama che garantisse le qualità necessarie di un presidente come surrogato per l'esperienza che non c'era e non si poteva certo inventare. Ecco la martellante campagna mediatica per costruire l'avatar di Obama - ma adesso dall'avatar si è passati all'uomo in carne ed ossa.


L'America resta in crisi. L'economia è in panne e il nuovo presidente è un'incognita. Repubblicani a parte, sono tutti felici, nonostante il cielo sopra l'America sia grigio plumbeo. In Europa è impossibile vivere una situazione così drammatica con un tale slancio di fiducia verso il futuro. Infatti siamo in pieno revival del '68. Qui, tra i fori cadenti e gli atri muscosi di manzoniana memoria, Obama è solo un'icona che attira i curiosi e gli ingenui; al massimo c'è Veltroni che fa il pappagallo a qualunque cosa Berlusconi dica su Obama. Un po' poco per auto-nominarsi l'Obama tricolore e troppo poco se questo diventa solo una maschera che Veltroni si mette sulla sua faccia per recuperare punti tra l'elettorato. Ma questa maschera non fa guadagnare a Veltroni neppure il rispetto dei gerarchi del Pd. Obama è già un marchio di successo, un altro logo della superpotenza americana. Ci vuole ben altro e ben altri per clonarlo con successo. Le patacche si vedono subito.

Gabriele Cazzulini

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 novembre 2008

La Banca Centrale Europea e il taglio dei tassi di interesse


di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 dicembre 2008

«Il livello di incertezza resta eccezionalmente alto» e ci sono «rischi di una ulteriore contrazione dell'attività economica» nella zona dell'euro. Con queste parole il banchiere centrale della Banca centrale europea Jean Claude Trichet ha commentato la decisione di abbassare il tasso ufficiale dello 0,75%, portandolo al 2,5%, ossia al livello minimo dal maggio del 2006. Queste dichiarazioni non fanno bene all'economia e trasmettono un sentimento di pessimismo. Sarebbe stato meglio infatti un comunicato del tutto neutro. Non stupisce, infatti, che le borse europee abbiano reagito negativamente riducendo i margini di guadagno nella seduta di giovedì non appena si sia diffusa la notizia della decisione della Bce. Anche il fatto che l'abbassamento del tasso ufficiale sia stato concordato con le altre principali banche centrali non manda un segnale distensivo al mondo economico. La Svezia ha modificato il costo del denaro di -1,75%, la più ampia variazione tra tutte le misure delle banche centrali in Europa. Anche la Gran Bretagna ha predisposto una misura eccezionale, tagliando dell'1% il proprio saggio di interesse. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve aveva ridotto il proprio tasso dello 0,5% già a fine ottobre e prevede la necessità di un ulteriore intervento riduttivo a metà dicembre.
Certo è che una riduzione dei tassi ufficiali rappresenta un abbassamento dei costi dei mutui, e quindi un aiuto ai bilanci delle famiglie indebitate per l'acquisto delle loro abitazioni. Allo stesso tempo, si riduce il costo del finanziamento delle imprese, nella loro gestione ordinaria e straordinaria, come gli investimenti. Di una simile decisione si avvantaggia anche lo Stato, che vede calare il monte interessi sul debito pubblico, contraendo quindi il costo che tutta la collettività deve sostenere.
Si possono cogliere i messaggi rassicuranti dell'azione dei governi, giacché vigilano attentamente e sostengono le economie, mentre il rischio inflazione si è ultimamente attenuato. Passa però anche un messaggio negativo, che la situazione contingente è seriamente preoccupante. In effetti, esiste un pericolo più allarmante dell'inflazione, che è quello di una incombente deflazione. Per deflazione si intende una riduzione generalizzata dei prezzi dovuta non all'aumento della produttività del lavoro e al conseguente abbattimento dei costi di produzione, che rappresenterebbe la situazione più desiderabile. È invece una conseguenza dell'aumento dell'invenduto, poiché la domanda è contratta dall'assottigliamento delle disponibilità finanziarie dei consumatori. La produzione, quindi, deve essere accantonata, stipata nei magazzini, ingrossando le voci di costo per le aziende e i commercianti. Ma anche i consumatori che potrebbero trarre vantaggio dalla flessione dei prezzi non aumentano i loro consumi, essendo timorosi per il proprio posto di lavoro e per il rischio di veder ridurre il livello del proprio stipendio. La riduzione dei prezzi, infatti, si ripercuote sui ricavi delle imprese, che diminuiscono. Queste tenteranno di ridurre a loro volta i costi di gestione, ivi compreso quello del lavoro, e faranno un minor ricorso al credito. Gli investimenti saranno scoraggiati poiché non vi è spazio per aumentare la produzione e con essa l'occupazione.
Evitare che si inneschi la spirale della deflazione è un imperativo di ogni governo e la via da percorrere è quella di sostenere i consumi, ma non solo quelli delle famiglie e dei ceti a basso reddito e più bisognosi. Ciò è doveroso e irrinunciabile da un punto di vista umano. Ma da un punto di vista prettamente economico sostenere quel tipo di consumi è insufficiente. Infatti, essi spendono la totalità o quasi del loro reddito in beni di sussistenza. Occorre sostenere, soprattutto con una defiscalizzazione generalizzata, anche i redditi dei ceti medi che hanno una tipologia di consumo ad ampio raggio e acquistano beni non solo alimentari e di sussistenza, ma anche quelli intermedi. Il sostegno a questa tipologia di consumi aiuterebbe a risvegliare la fiducia dei consumatori e consentirebbe un aumento della domanda generalizzato, del quale si avvantaggerebbe la totalità delle imprese.
Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 09 dicembre 2008

Il Piano dell'Unione Europea da 200 miliardi

di Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 28 novembre 2008
La Commissione europea ha concordato da fine novembre un pacchetto da 200 miliardi di euro, pari all'1,5% del Pil dell'Ue a 27 paesi, per affrontare la crisi finanziaria ed economica. Il piano proposto dalla Commissione è finanziato in gran parte dai governi nazionali, mentre una quota minoritaria, pari allo 0,3%, sarà a carico del bilancio dell'Unione e della Banca Europea per gli Investimenti. Se si considera, però, il fatto che il bilancio comunitario è comunque finanziato dalle imposte nazionali, si può concludere che l'intero piano sia a carico delle risorse finanziarie dei singoli paesi. Costituisce in ogni caso un piano di sostegno piuttosto deludente, nonostante le parole di José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, che lo ha definito «una risposta senza precedenti a una crisi senza precedenti». La risposta sembra infatti inadeguata alla gravità della crisi e la cifra cui i governi potranno attingere non appare confrontabile con quella degli Stati Uniti, che hanno già stanziato 1.500 miliardi di dollari, tra il Piano Paulson di 700 miliardi e i successivi interventi straordinari di 800 miliardi. Sembra che in questa occasione la Commissione abbia invece partorito un topolino per fare fronte ad una crisi finanziaria di dimensioni elefantiache.
Inoltre, occorre considerare che l'ammontare complessivo non sarà raccolto in modo uniforme, ma sarà versato dai governi nazionali in proporzione alle differenti economie. Nell'Unione a 27 paesi, quelli più grandi in termini economici sono Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna (che messi insieme concentrano più del 70% del Pil, espresso a parità di potere di acquisto). Pertanto, il finanziamento del piano sarà a carico prevalentemente di questi paesi. Non è ancora del tutto chiaro quale criterio, invece, seguirà la ripartizione delle risorse raccolte, ma è presumibile pensare che verranno ripartite in relazione alle esigenze delle economie, nel senso che le economie di recente ingresso e in ritardo economico, come i paesi dell'Europa dell'Est, riceveranno una quota di aiuti maggiore rispetto a quella ricevuta dai paesi maggiormente finanziatori. Pertanto, durante l'attuale crisi finanziaria che non risparmia nessuno, da Est a Ovest, in seno all'Ue ci si pone comunque la questione di ripartire le risorse che ancora non sono state prodotte, il cui prelievo, data la recessione, può risultare pesante.
Per quanto riguarda la «flessibilità» del Patto di Stabilità, ovvero i livelli massimi del rapporto deficit/Pil e del rapporto debito/Pil che i paesi membri non dovranno superare, è stato dichiarato che saranno sfruttati i margini di flessibilità previsti dal Patto, che equivalgono a una variazione più simbolica che effettiva e che non saranno congelate le regole europee, come ha sostenuto il commissario europeo agli Affari economici e monetari Joaquin Almunia, come invece avevano auspicato il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkosy. Si fanno scongiuri per evitare una lunga recessione con il pericolo di cadere nella depressione e i commissari europei continuano a perseguire una politica deflazionistica.
Per fare fronte a una crisi generalizzata di colossali dimensioni le politiche di sostegno e di intervento dovrebbero considerare gli effetti di breve periodo e gli effetti di medio-lungo periodo. Va da sé che ogni incentivo al consumo immediato sia una politica che ha effetti immediati anche se non duraturi. Viceversa, politiche di sostegno agli investimenti e quindi all'occupazione hanno respiro più ampio ed effetti duraturi, ma richiedono un lag temporale per il loro espletamento, che al momento attuale costituisce più un lusso che non una scelta. Nel senso che occorre agire nell'immediato, ma anche contemporaneamente porre le basi per le politiche pluriennali.

Trascurare il breve periodo significa compromettere gli effetti di medio periodo.
Riguardo l'incentivo ai consumi e alla domanda immediata, Bruxelles propone la riduzione dei tassi Iva, limitatamente però ai «prodotti verdi» e ai servizi per il settore delle costruzioni. In precedenza aveva proposto riduzioni permanenti per i servizi ad alta intensità di lavoro e, su tale proposta, la Ue dovrebbe decidere entro primavera, termine che comunque è piuttosto lontano nel tempo. Quanto all'idea di una riduzione generalizzata temporanea dell'Iva, come quella decisa a Londra dal primo ministro Gordon Brown, Bruxelles indica che, per dare un impulso fiscale al sostegno dei consumi, può essere introdotta rapidamente una riduzione temporanea delle aliquote standard. Ci si deve augurare che tali concessioni siano sufficienti per il sostegno alla domanda, poiché non sembra che ci siano state altre proposte, né in seno all'Ue, né a livello nazionale, social card a parte, per aiutare i consumi.
Il piano Ue prevede che ogni paese possa ottenere l'autorizzazione per facilitare l'accesso delle imprese al capitale attraverso garanzie e prestiti per investimenti, mentre sono esclusi interventi pubblici diretti a sostegno delle imprese in difficoltà. Inoltre, sono ammessi sostegni nell'ambito della ricerca, dell'innovazione, della protezione ambientale, delle tecnologie pulite, dei trasporti e nell'ambito dell'energia. Oltre al fatto che non sia stato fatto alcun accenno all'energia atomica, unica fonte realmente alternativa al petrolio, occorre considerare anche che investire in ricerca e innovazione è sempre una politica desiderabile, ma più tipica di periodi di «vacche grasse» piuttosto che di crisi e di redistribuzione di scarse risorse.
Nel complesso la Commissione di Bruxelles spende, come di consueto, molte parole e nei fatti rimanda le attese alle possibilità della Banca europea per gli Investimenti, che non sono illimitate e che ha previsto un intervento totale di 15,6 miliardi, sia nel 2009 sia nel 2010, prevalentemente destinati alle piccole e medie imprese. Inoltre, gli interventi in sede comunitaria corrono il rischio di subire i soliti ritardi burocratici. C'è da sperare che qualche miglioramento sia possibile quando il piano sarà sottoposto al giudizio dell'Ecofin, il consiglio dei ministri dell'economia e delle finanze dei paesi membri, di martedì prossimo e poi, tra due settimane, a quello dei capi di stato e di governo.


Emanuela Melchiorre
pubblicato su www.ragionpolitica.it il 28 novembre 2008
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